L'allegro cinismo di Lardner, dandy per arte e per sport

Nelle sue short stories che incantarono Hemingway e Salinger ci sono la frivolezza della middle class, il rampantismo, il modello della famiglia perfetta. E tanto sarcasmo...

Una breve riflessione basata sull'esperienza personale mi fa sospettare che i giornalisti dotati di maggior umorismo, probabilmente per l'obbligo professionale di occuparsi con scanzonata leggerezza di eventi cruciali come una partita di calcio e con smisurata passione di argomenti futilissimi come il boicottaggio di un'Olimpiade, siano quelli sportivi. Più autoironici dei giornalisti culturali, meno noiosi di quelli politici. E non penso solo a giganti come Gianni Brera.

I giornalisti sportivi hanno lo strano dono di spiegarti vizi e virtù del mondo che c'è là fuori attraverso le grandezze e le piccolezze di quello che vedono lì dentro : uno stadio, lo spogliatoio, un quadrato, un diamante...

Ecco, le cose che scriveva Ring Lardner - virtuoso cronista sportivo che peccava con la letteratura - sono un gioiello che dimostrano l'assunto secondo il quale raccontare in sessanta righe «usa-e-getta» storie di brocchi e campioni, di gesti eroici e di tragiche cadute, è un allenamento eccellente per scrivere romanzi e racconti su tutto il resto: amore, amicizie, vanità, gelosie, invidia, avidità, cioè la quintessenza dello sport. Del resto, come insegna José Mourinho - ecco un altro assunto incontrovertibile - «Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio».

Infatti. Ring Lardner - nato a Niles, Michigan, nel 1885, morto non ancora cinquantenne per un attacco di cuore a East Hampton, New York, nel 1933 - non sapeva solo di baseball, o di boxe o di ippica, pur essendo un abilissimo commentatore di tali sport. Sapeva un po' di tutto: teatro, libri, politica, cinema, vita mondana (veniva da una famiglia ricca, ed era elegantissimo per natura), finanza (la famiglia poi ebbe gravi problemi economici, ma lui rimase sempre un dandy), jazz, donne, sigari e varia umanità. Tutte cose che Lardner porta dentro i suoi racconti. Che parlano di sport, anche. Ma soprattutto di pettegolezzi, vacanze, bisticci di famiglia, bionde, bridge, drink, routine matrimoniale, serate mondane, soldi, chiacchierate fra amici...

E infatti c'è questa cosa. Che Lardner non scrive. Chiacchiera. Trasporta nei suoi libri la stessa lingua parlata, sgrammaticata, fatta di modi di dire, slang, espressioni gergali che sente in giro. Dai giocatori che frequenta, dai camerieri, dalle sue amiche, dai colleghi. E ne esce un cocktail speciale - per stare a qualcosa che adorava - che poi guarniva con un umorismo esplosivo. Lardner, per inciso, è un battutista meraviglioso: i battibecchi tra marito e moglie nei suoi libri sono da antologia.

Antologizzato nella leggendaria Americana (1941) curata da Elio Vittorini e Cesare Pavese (furono scelti due suoi racconti, uno tradotto da Alberto Moravia e l'altro da Elio Vittorini stesso), Ring Lardner da noi è autore di nicchia, mai stato di massa. Mentre negli Stati Uniti, dove è ancora molto letto, l'eco dell'applauso per i suoi libri parte da lontano: «Il mio scrittore preferito è mio fratello D.B., e subito dopo viene Ring Lardner», è la celebre ode di J.D. Salinger, mentre Ernest Hemingway, per devozione, da ragazzino scriveva articoli per il giornalino della scuola firmandosi “Ring Lardner”. Viginia Woolf lo adorava e Francis Scott Fitzgerald, grande amico peraltro, si ispirò a lui per il personaggio di Abe North di Tenera è la notte . E - a proposito - i suoi libri furono pubblicati dallo stesso editor di Fitzgerald e Hemingway: il leggendario Maxwell Perkins.

Ecco, i suoi libri. Di fatto sono tutti delle raccolte di racconti, e di fatto segnarono la stagione d'oro della narrativa americana, tra gli anni Venti e i Trenta. Lardner raggiunge la popolarità con You Know Me, Al (1914), una fortunata raccolta di cronache e corrispondenze sportive legate al mondo del baseball. Seguiranno, tra gli altri, Treat'Em Rough (1918), How to Write Short Stories (1924), che a dispetto del titolo non è un manuale di scrittura creativa ma una raccolta di short stories, The Love Nest (1926), Round Up (1929) e Gullible's Travels , pubblicato negli Stati Uniti nel 1917 e che ora arriva per la prima volta in Italia: I viaggi di Gullible (Elliot, pagg. 134, euro 15; trad. Federica Alba). Cinque racconti in cui, giocando col titolo del romanzo di Jonathan Swift e mixando fantasia e satira in un'allegoria dell'America «ruggente», l'autore ci regala il resoconto di alcuni strani viaggi le cui tappe sono la frivolezza della middle class , l'ingenuità di provincia, il cinismo e l'arrivismo tipicamente americani ma stemperati da uno humour molto intellettuale, il mito dell'emancipazione culturale, il culto del dio-denaro, le piccole invidie del vicino (di casa, di lavoro, di sdraio), il desiderio di far parte della «buona società», gli innamoramenti, la noia confortevole del matrimonio. Al centro delle varie storie c'è sempre la stessa coppia, un «lui» e una «lei» che incarnano tutti gli stereotipi dell'amore domestico, quelli che non si sopportano e non possono più fare a meno l'uno dell'altra, qualcosa fra George e Mildred e Casa Vianello , ma versato su una base di gin e Vermouth. Nel primo racconto marito e moglie si giocano a ramino, con una coppia di amici, il costo dei biglietti per andare a vedere una surreale versione della Carmen . Nel secondo, in una tragicomica serata, portano a teatro la sorella di lei e il suo spasimante cialtrone e bugiardo. Nel terzo si regalano una irresistibile vacanza a Palm Beach (qualcosa a metà fra una commedia di Jack Lemmon & Walter Matthau e Una cosa divertente che non farò mai più ). Nel quarto riescono a far lasciare la sorella di lei e il fidanzato balordo. Nell'ultimo sono invitati a entrare, e subito a uscire, in un esclusivo circolo di bridge della città.

Fra personaggi comuni che diventano tipi umani bizzarri e situazioni quotidiane che si trasformano in inquietanti avventure, Ring Lardner è la dimostrazione che le storie migliori, quelle «fantastiche», si trovano dentro casa, o al bancone di un bar. Basta saperle raccontare. Del resto, se il baseball, di cui il giornalista Ringgold Wilmer Lardner era il massimo esperto, è «il passatempo preferito dagli americani», scrivere racconti, e molti belli, era quello prediletto dal narratore Ring Lardner.