"Si reggeva i pantaloni e perciò non gli sparai"

Dalla pietà per un nemico in difficoltà alla riconoscenza di un compagno

Per gentile concessione dell’editore Bompiani pubblichiamo due brani scritti da George Orwell sulla guerra di Spagna (nella sezione «Sguardo retrospettivo sulla guerra di Spagna») tratti dal volume Nel ventre della balena (pagg. XVII-376, euro 10,50; a cura di Silvio Perrella), da oggi in libreria.

Un mattino di buon'ora un mio compagno ed io, uscimmo per vedere se si riusciva a beccare qualche fascista nelle trincee davanti a Huesca. In quel punto le loro trincee e le nostre distavano circa 300 metri, distanza alla quale i nostri vecchi fucili non riuscivano a far centro. Ma chi di soppiatto raggiungeva un posto a circa 100 metri dalla trincea fascista, poteva, con un po' di fortuna, cogliere un nemico attraverso una breccia nel parapetto. Disgraziatamente il terreno era un piatto campo di barbabietole, senza possibilità di riparo se non quello offerto da alcuni solchi, così che era necessario uscire quando faceva ancora scuro e tornare subito dopo l'alba, prima che facesse troppo chiaro. Quel mattino nessun fascista si presentò al tiro e noi si rimase troppo a lungo e fummo sorpresi dall'alba. Eravamo defilati dal solco in cui ci eravamo appiattiti, ma alle nostre spalle si stendevano 200 metri di terreno, dove neppure un coniglio avrebbe potuto nascondersi. Cercavamo di farci coraggio per attraversare di corsa quei 200 metri, quando nella trincea fascista si notò un grande parapiglia e si udirono striduli colpi di fischietto. Avevano avvistato alcuni nostri aeroplani. In questo preciso momento un soldato, che probabilmente recava un messaggio a un ufficiale, balzò fuori della trincea e corse in piena vista lungo il margine del parapetto. Non aveva avuto il tempo di vestirsi completamente e si reggeva i pantaloni con ambedue le mani. Non ebbi il coraggio di sparargli. È vero che non sono un tiratore scelto, ed è molto improbabile che, alla distanza di cento metri, riesca a centrare un uomo in corsa. È anche vero che pensavo soprattutto a tornare sano e salvo alle nostre trincee, mentre i fascisti erano stati distratti dagli aeroplani. Ma ciò che m'impedì di sparare fu il particolare dei pantaloni. Ero venuto per colpire un fascista. Ma un uomo che si regge i pantaloni che stanno per cascargli non è un fascista, è evidentemente un nostro simile, e questo pensiero mi tolse ogni desiderio di sparargli.

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Una delle reclute che si era arruolata mentre mi trovavo nella caserma era una specie di barabba, che proveniva da una zona malfamata di Barcellona. Vestito di cenci, senza scarpe, molto scuro di carnagione (doveva scorrere del sangue arabo nelle sue vene), compiva dei gesti che non sono tipici degli Europei. Uno, in special modo (le braccia protese, le palme verticali), è un gesto tipico degli Indiani. Un giorno scoprii che m'avevano rubato un mazzo di sigari, che in quei giorni si potevano ancora acquistare quasi per niente. Piuttosto stupidamente io denunziai il furto all'ufficiale e \ si fece avanti e, mentendo, dichiarò che gli avevano rubato 25 pesetas. Per qualche motivo l'ufficiale decise sull'istante che il ladro doveva essere quel ragazzo dal volto scuro. Nella milizia si era molto severi nel punire i furti e, teoricamente, i ladri potevano persino essere fucilati. Quel disgraziato ragazzo si lasciò condurre senza opporre resistenza al corpo di guardia per venire perquisito. Ciò che più mi colpì fu che egli quasi non tentò neppure di dichiararsi innocente. Nel fatalismo del suo comportamento si poteva intuire la disperata povertà in cui era cresciuto. L'ufficiale gli ordinò di svestirsi. Con un'umiltà orribile a vedersi egli si denudò e i suoi indumenti furono perquisiti. Naturalmente non si trovarono né i sigari né il denaro. Infatti non era stato lui a rubare. Ciò che trovai più penoso di tutto fu il fatto che, dopo che la sua innocenza fu appurata, non sembrava meno vergognato di prima. Quella sera lo portai al cinema e gli offrii un bicchierino di brandy e del cioccolato. Ma anche questo gesto era orribile, voglio dire il tentativo di cancellare un'offesa con qualche soldo. Per pochi minuti l'avevo quasi creduto un ladro, e questo non poteva essere cancellato.

Ebbene, poche settimane dopo, già al fronte, mi trovai nei guai a causa di uno dei miei soldati. Ormai ero diventato un “cabo”, un caporale e comandavo dodici uomini. Si trattava di una guerra di posizione, faceva un freddo cane e il compito più arduo era di ottenere che le sentinelle rimanessero sveglie nei posti loro assegnati. Un giorno uno dei miei uomini improvvisamente rifiutò di occupare un certo posto che, egli sosteneva, e con ragione, si trovava esposto al fuoco nemico. Era un meschinello ed io lo afferrai e cominciai a trascinarlo verso il luogo assegnato. Questo suscitò un moto di rivolta tra gli altri, perché gli Spagnoli, credo, detestano di essere toccati molto più di noi. Di colpo mi trovai circondato da uomini che urlavano: “Fascista! fascista! lascialo stare! Questo non è un esercito borghese! Fascista!” Risposi il meglio che potei, urlando nel mio approssimativo spagnolo, che gli ordini dovevano essere obbediti e l'episodio si sviluppò in una di quelle enormi dispute, per mezzo delle quali si riesce gradualmente a inculcare il senso della disciplina nei soldati rivoluzionari. Alcuni gridavano che avevo ragione, altri che avevo torto. Ma il punto è che quello che prese le mie parti con più decisione di tutti fu quel ragazzo dalla pelle scura. Non appena vide ciò che stava capitando, balzò nel mezzo degli uomini e cominciò a difendermi con veemenza. Con i suoi strani gesti da indiano continuava a gridare: “È il miglior caporale che abbiamo! Non hay cabo como el!” Più tardi chiese di essere destinato alla mia sezione.

George Orwell, Sguardo retrospettivo sulla guerra spagnola © 1977 Rizzoli Editore, Milano. In: Nel ventre della balena © The Estate of late Sonia Brownell Orwell © 1996/2013 RCS Libri S.p.A./Bompiani