Al Festival del diritto cantano sempre i soliti

"Governato" da Stefano Rodotà, il summit dei giuristi è una passerella che pende perennemente a sinistra. E la prossima edizione lo confermerà

Anche quest'anno la locandina assomiglia alla prima pagina di Repubblica. Con quei nomi in evidenza che sembrano un girotondo tra le firme nobili del quotidiano romano. Ecco Stefano Rodotà, il raffinato studioso che Beppe Grillo voleva issare al Quirinale e poi ha buttato nel cestino degli ottuagenari: è lui il coordinatore scientifico e l'anima del Festival del diritto di Piacenza, è lui a forgiarne la struttura e a indirizzarlo come un figlio. L'edizione 2013, prevista per la fine di settembre, avrà due guest star: Gustavo Zagrebelsky, punto di riferimento di un buon pezzo della sinistra italiana, e Laura Boldrini, neopresidente della Camera. Rodotà-Zagrebelsky-Boldrini, Piacenza non si smentisce: la kermesse si rivolge a tutti ma pende come la Torre di Pisa sempre dalla stessa parte.
«Quelli del Festival - spiega l'avvocato Livio Podrecca, combattivo presidente della sezione piacentina dell'Unione giuristi cattolici - hanno un'impostazione laicista. Intendiamoci, possono condurre la manifestazione nel modo che preferiscono, ci mancherebbe, è tutto legittimo, però mi pare che il nocciolo, lo spirito dell'happening sia sempre lo stesso». È così sin dall'inizio, anzi è stata proprio la prima edizione, nel 2008, l'occasione per consumare lo strappo fra visione laica, con connotazioni radicali, e cattolica. «Fui contattato anch'io - racconta Podrecca - e allora chiesi che al Festival potesse intervenire una personalità del calibro di Francesco D'Agostino, il nostro presidente nazionale, un filosofo e storico del diritto, baluardo della tradizione cristiana. Ma con varie scuse e pretesti, D'Agostino fu scaricato. Evidentemente volevano campo libero, senza contraddittorio, su eutanasia, diritti dei gay, famiglia».
Insomma, siamo alle solite. Si impianta una manifestazione che dovrebbe essere una palestra per riflettere su temi che ci coinvolgono da vicino e alla fine gli oratori ripropongono le tesi che si leggono su Repubblica e si ascoltano dai soliti esperti in tv. Niente di strano se si pensa che l'Italia ha una pancia moderata ma una testa, quella dei circoli e dei salotti radical chic, orientata. Dove se non sei a favore dei matrimoni, e magari pure delle adozioni per le coppie omosessuali, vieni giudicato arretrato e oscurantista e se per caso ti batti per il rispetto della vita fino alle estreme conseguenze passi per un reazionario o, peggio, per un fanatico. «Quel che dispiace - conclude Podrecca - è che questo sistema trovi una doppia autorevole sponda in due istituzioni che da sempre aiutano il Festival: l'Università Cattolica e il Comune».
Siamo al paradosso di incontri, affollati, conclusi con l'invito a buttare a mare gli insegnamenti della Chiesa. Non proprio un piccolo cortocircuito per la Cattolica che a Piacenza ha sede, corsi e studenti. «Forse le critiche avevano un fondamento all'inizio, ma oggi le cose sono cambiate - prova a rassicurare Anna Maria Fellegara, ex vicesindaco, presidente del Comitato promotore del Festival e preside della facoltà di Economia e giurisprudenza della Cattolica - con il tempo certe asprezze si sono stemperate e noi ci teniamo a essere aperti, pluralisti, senza il paraocchi dell'ideologia. Qui a Piacenza sono venute anche molte figure del pensiero cattolico e anche molti leader politici del centrodestra. È salito sul palco e tornerà quest'anno il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, sono intervenuti personaggi come Gianfranco Fini e Raffaele Fitto».
Bianchi è un relatore molto ambito e acclamato dal Nord al Sud, forse anche meno scomodo di un intransigente come D'Agostino. E il Festival, un laboratorio del politically correct, lo reclama. «La verità - nota Tommaso Foti, per lunghi anni deputato del Pdl e oggi consigliere comunale di Fratelli d'Italia - è che certi inviti sono uno specchietto per le allodole e danno l'idea di un equilibrio fra le diverse componenti che invece non c'è perché in fondo il Festival è a senso unico: radicale, laicista, di sinistra, naturalmente di una sinistra intellettuale, culturale prima che politica».
Polemiche e applausi. Il sindaco Paolo Dosi, un presente nel Pd e un passato nella Margherita, tiene i toni bassi e sottolinea altri aspetti: «Questo appuntamento è importante per la città e poi coinvolge gli studenti della provincia, con i loro giornali, e non solo. Abbiamo molte presenze anche da altre realtà e il Comune spende poco o nulla perché i costi sono sostenuti dagli sponsor». A cominciare dalla Laterza. In pole position con i suoi libri. E così un pezzo della classe dirigente di domani viene battezzato dalla premiata ditta Rodotà & Zagrebelsky fra letture, orazioni e standing ovation.

Commenti

macchiapam

Dom, 02/06/2013 - 18:50

Ha perfettamente ragione Foti: il cosiddetto Festival del Diritto col diritto ha poco o niente a che fare. Certo, vi s'invitano un paio di anziani giuristi per la bella immagine, ma in realtà è nient'altro che uno strumento per offrire visibilità a personaggi di serie B, tutti di sinistra, e per prestare a Piacenza, paesone di nessun peso, un po' d'importanza. Se la si smettesse di organizzare raduni tanto pomposi quanto inutili si potrebbero, quanto meno, risparmiare tanti denari pubblici.