Quella sinistra (falsamente) liberale

La storia economico-politica italiana, un po' di parte un po' confusa, ricostruita da due eminenze grigie progressiste

Il saggio a quattro mani di Giuliano Amato e Andrea Graziosi, Grandi illusioni. Ragionando sull'Italia (Il Mulino) è, sì, un'«insalata russa», come è stato scritto da un severo censore, ma contiene, tra gli ingredienti più gustosi, analisi e valutazioni che fanno la gioia di quella cultura politica del tutto minoritaria che è diventata il liberalismo italiano. Si tratta spesso di vere e proprie «liquidazioni» che si accompagnano ad apprezzamenti del tutto retorici. Si veda, ad esempio, l'elogio del Partito d'Azione. Era, per i due autori, «il partito più vecchio e il più nuovo, tra quelli che avevano diretto la Resistenza ed era al contempo il meno ideologicamente catafratto». Un rigo più sotto, però, si riconosce che gli azionisti erano «fortemente ideologizzati» ma si aggiunge che si sottraevano «allo scontro tra democristiani e socialcomunisti come scontro tra due diverse concezioni redentrici»: ma allora erano o no «fortemente ideologizzati»?
Proseguendo nella lettura, apprendiamo che il liberalsocialismo o il repubblicanesimo degli ex azionisti «avevano poco di liberale: dietro l'esaltazione dell'azione individuale, della democrazia diretta e dello Stato riformatore vi era spesso l'avanguardismo elitista del XX secolo più che il liberalismo, e anche tra i più moderati repubblicani vigeva in continuità con Mazzini - un culto dello Stato che si rifaceva direttamente a quello della Francia rivoluzionaria». Già «avevano poco di liberale» ma gli studiosi che lo hanno fatto rilevare - da Domenico Settembrini a Ernesto Galli della Loggia, da Giuseppe Bedeschi allo scrivente - non sono stati messi alla gogna per la loro presunta faziosità ideologica?
Comunque, in un'ottica liberale, non si può non apprezzare la critica documentata dello statalismo ribadita quasi in ogni pagina del libro. Come scrivono Amato e Graziosi, ricordando l'Italia postdegasperiana, «la degenerazione del sistema dell'industria di Stato era un esito che non sarebbe stato difficile prevedere se si fossero tenute presenti le maggiori esperienze internazionali in questo campo e gli scritti dei loro critici, da Brutskus a Mises, a Hayek, all'Hilferding pentito degli anni Trenta. Questi ultimi avevano infatti da tempo messo in luce gli effetti negativi di uno stretto legame tra politica e gestione dell'industria, un legame che invece i teorici del neocapitalismo pubblico esaltavano, cosi come i teorici del corporativismo fascista, gli economisti sovietici, i pianificatori indiani o quelli messicani avevano vantato e vantavano il nesso tra decisioni del partito, regolazione dell'economia e gestione dell'industria a fini politici». Che studiosi di sinistra citino un Hayek al quale, anni fa sul Corriere della Sera veniva negata la qualifica di liberale è senz'altro un segno dei tempi. E tuttavia l'affondo più «cattivo» viene riservato da Amato all'amico e collega Stefano Rodotà (peraltro mai nominato) impavido paladino dei «diritti sociali». Negli anni Settanta, l'ideologia dei diritti «si rafforzò, sostituendo di fatto il marxismo come dottrina ufficiale della sinistra ex comunista. Ma se il secondo era dotato di un forte impianto teorico, la prima era piuttosto una sommatoria di dichiarazioni di intenti e buone intenzioni, spesso slegate tra loro e comunque prive di fondamento analitico, vale a dire senza indicazioni relative al rapporto tra mezzi e fini (ci si limitava piuttosto a chiedere diritti per categorie sempre più estese di individui, pace, rispetto per la natura...)». Altro che «diritti sociali» garantiti a tutti: con la crisi in atto, le sfide della globalizzazione, il ritardo scientifico e culturale del nostro Paese - è la morale del saggio - andrebbe reintrodotto il principio di realtà, nella consapevolezza che «diritti costosi come quelli sociali» hanno «una natura diversa dai diritti politici e civili» e non sono «perciò sempre e comunque esigibili».
Tutto bene, quindi? Beh, andiamoci piano giacché il “Dottor Sottile” e il suo compagno di cordata, detto brutalmente, amano il gioco delle tre carte. Ammettono, sì, che «il riconoscimento e il rafforzamento di autonomie locali e corporative, anche di magistrature e università e di legislazioni speciali» hanno significato la disgregazione verso il basso della sovranità nazionale ma non dicono che, ad esempio, la riforma del titolo V della Costituzione, che incrementò il potere dei «ceti politici locali», venne varata proprio dal II Governo Amato, in articulo mortis. Affermano, senza tanti giri di parole, che la nazionalizzazione dell'energia elettrica voleva essere «la grande incarnazione di quel progetto “modernista” già esaltato dal Lenin del socialismo come unione di Soviet ed elettrificazione e dai dirigenti della TVA roosveltiana» e che in Riccardo Lombardi aveva come obiettivo un «mutamento strutturale della società italiana impostato su base ideologica» ma non informano sui costi reali delle snazionalizzazioni ovvero sul più recente (e pericoloso) degli ossimori italici del XXI secolo, le privatizzazioni senza liberalizzazioni.
Critico implacabile della partitocrazia, vorremmo che Amato ci spiegasse perché - e lo spiegasse pure a quei liberisti che brindano ogni volta che si smantella qualche pezzo di Stato - finita ufficialmente l'epoca dello Stato come promotore dello sviluppo economico finalizzato al benessere e all'eguaglianza tra i cittadini, il potere dei partiti - aziende controllate, enti locali, ospedali, banche, municipalizzate - non è mai stato così forte, esteso e ramificato, con risultati disastrosi per gli utenti (vedi le ferrovie in perdita come quando erano statali ma incapaci di assicurare un servizio che Francesco S. Nitti, alla Assemblea Costituente, giudicava eccellente).