Toccare con mano la Scienza (in una montagna di vetro)

Niente teche, guardiani e didascalie. Ma animali "appesi", ricercatori e sperimentazione. Ecco il museo del futuro. Sul passato del pianeta

Benvenuti al museo senza teche, guardiani e percorso di visita. Qui si possono toccare tutti, ma proprio tutti, gli oggetti esposti, le sale sono dei mini-laboratori e i custodi, detti helpers, giovani ricercatori che indossano t-shirt con scritto «Chiedimi». Benvenuti al MuSe, il neonato Museo delle Scienze di Trento che alla conservazione preferisce l'innovazione.

Lo abbiamo visitato in anteprima, con Michele Lanzinger, il direttore generale, uomo dalle scarpe comode e camicie sportive, a capo di un team di circa 120 persone. Dell'edificio in sé (la sigla di Renzo Piano, i costi, qualche naso arricciato in città) diremo dopo. Cominciamo da ciò che distingue il MuSe da tutti gli altri musei scientifici italiani: va vissuto, non guardato. Se cercate locomotive a vapore o reperti fossili con la didascalia scritta a macchina, non è il vostro posto: qui non si respira la storia, qui si sperimentano le scienze. I modelli? L'Exploratorium di San Francisco, il CosmoCaxia di Barcellona, dice il direttore, «e tutto ciò che non è museo osservativo». Ovvero? «Di solito i musei funzionano così: entro, osservo, imparo ciò che è già scritto da altri. Da noi no: si entra e s'interagisce, è il visitatore che, se vuole, fa funzionare ciò che guarda, con l'aiuto degli helpers».

Due le dimensioni di visita: il cosiddetto «percorso verticale» parte al quarto piano con il fascino dell'alta quota (si può vedere una «carota» di ghiaccio dell'Antartide e toccare una fonte glaciale); al terzo si esplora la natura alpina nel labirinto della diversità grazie ad animali tassodermizzati a portata di mano («Possono essere accarezzati», dice il direttore, e pazienza se dopo qualche anno bisognerà sostituirli per usura); al secondo piano si vive la storia delle Dolomiti (con una grotta a «effetto fantasma» che immerge il visitatore nel carso ipogeo); al primo piano si getta lo sguardo sul futuro, anche grazie alla suggestiva sfera interattiva della Noaa, la National Oceanic and Atmospheric Administration, che illustra, su un grande globo terrestre, gli eventi climatici. Ogni piano sviluppa poi un «percorso orizzontale» con laboratori didattici per grandi e piccoli dove sperimentare di tutto, dal sequenziamento del Dna alle stampanti a 3D, passando per l'analisi di reperti preistorici. «Il museo è un centro di ricerca: i nostri laboratori scientifici sono aperti a tutti», spiega il direttore. In questo museo che pare un grande e luminoso loft ci si può aggirare anche con un tablet in mano, che funge da navigatore tematico e propone foto, testi e filmati di approfondimento.

Il MuSe - bookshop, caffetteria e scritte in tre lingue: italiano, tedesco, inglese - inaugura domani, con una due-giorni di eventi in città: verranno in molti, incuriositi anche dall'edificio (12.600 mq su 7 livelli), ribattezzato «la montagna di Renzo Piano», tutto vetro e bambù, dotato di pannelli fotovoltaici, raccolta dell'acqua piovana, materiali a risparmio energetico.

Veniamo ai numeri: previsti 160mila visitatori l'anno (soprattutto famiglie e scolaresche), 8 milioni le spese annuali di gestione, circa 80 milioni l'investimento della Provincia autonoma di Trento («praticamente un cappuccino al giorno per ogni abitante di Trento per 30 anni», chiosa il direttore) e la voglia di inserirsi in un «distretto culturale» che, con il Mart di Rovereto e il Castello del Buonconsiglio, incrementi il turismo culturale nell'area.

In città non tutti festeggiano il museo e il prospiciente, forse troppo vicino, quartiere Le Albere (stessa firma di Renzo Piano, prezzi al metro quadro da capogiro per case, uffici e negozi, per ora area fantasma): il MuSe ha succhiato energie alla città, generando inevitabili polemiche. Tuttavia, la questione è un'altra: siamo pronti? Come la mettiamo con la diffidenza, tutta italiana, per un museo che non conserva per far osservare, ma mostra per sperimentare? Forse dovremmo cominciare dai termini: il MuSe non è un museo, è un'esperienza. In America posti così si chiamano «Science center», non sostituiscono i musei tradizionali, e piacciono molto al pubblico: ricordiamocelo.