A caccia di spie a Istanbul

Un agente americano deve "terminare" un pericoloso criminale libico che custodisce i segreti di Gheddafi

Per gentile concessione dell'editore Rizzoli, pubblichiamo qui uno stralcio tratto dal romanzo Scontro frontale (pagg. 668, euro 19,90) scritto da Tom Clancy con la collaborazione di Mark Greaney. Il libro, appena tradotto in italiano, è in libreria da oggi e si inserisce nel ciclo delle avventure di Jack Rayan che il grande pubblico ha imparato a conoscere con classici come La grande fuga dell'Ottobre rosso e Debito d'onore. È il penultimo capitolo della saga scritto e pubblicato da Clancy, in versione inglese, pochi mesi prima di morire, nell'ottobre del 2013.

Ryan raggiunse il condominio in cui viveva l'obiettivo alle undici di sera. Entrò servendosi di una chiave magnetica clonata dai tecnici della sua organizzazione. L'edificio si trovava nel quartiere di Taksim, a poca distanza dalla moschea di Cihangir, risalente a cinquecento anni prima. Si trattava di un caseggiato piuttosto lussuoso in una zona esclusiva, ma gli appartamenti erano solo monolocali, otto per piano. L'uomo di Jack abitava al terzo piano, quello centrale dei cinque dell'edificio. Gli ordini di Ryan per la missione erano concisi: entrare nell'appartamento di Target Five, stabilire un contatto visivo per confermarne l'identità, sparargli tre volte al petto o alla testa con i proiettili subsonici della calibro .22 silenziata.
Ryan salì la scala di legno con le scarpe dalla suola morbida. Mentre procedeva, si calò sul volto il passamontagna. Quella notte era l'unico a operare a volto coperto, perché solo lui non doveva agire in pubblico, dove un uomo mascherato avrebbe attirato l'attenzione.
Raggiunse il terzo piano, poi entrò nel corridoio illuminato a giorno. L'obiettivo era tre porte più in là, sulla sinistra; mentre il giovane americano passava davanti agli altri appartamenti sentì qualcuno parlare, il suono delle televisioni, delle radio, conversazioni telefoniche. Le pareti erano sottili, il che non era un bene, ma almeno gli altri inquilini di quel piano stavano facendo rumore. Jack sperava che il silenziatore e le munizioni subsoniche avrebbero funzionato come previsto.
Giunto di fronte alla porta dell'obiettivo, sentì della musica rap provenire dall'interno dell'appartamento. Questa sì che era una buona notizia: avrebbe aiutato a mascherare il suo arrivo. La porta era chiusa a chiave, ma Ryan aveva ricevuto istruzioni per entrare. Nei giorni precedenti, Clark era stato in ricognizione nell'edificio quattro volte, prima di scambiare la sua missione con il membro più giovane della squadra, ed era riuscito a forzare diverse serrature di appartamenti non occupati. Erano vecchie e non troppo complesse. Così aveva comprato un modello simile in un negozio di ferramenta locale, e aveva trascorso una sera a insegnare a Jack come far scattare il meccanismo in fretta e in silenzio.
Le istruzioni di Clark si dimostrarono efficaci. Jack forzò la porta in meno di venti secondi, producendo soltanto un lieve stridore di metallo sul metallo. Estrasse la pistola e si preparò a entrare.
Nel monolocale trovò quello che si aspettava: una piccola cucina, poi un salotto, con una scrivania di fronte al muro più lontano dall'ingresso. Lì, con le spalle alla porta, un uomo sedeva davanti a tre grandi schermi piatti, affiancati da varie periferiche, libri, riviste e altri oggetti a portata di mano. Ryan vide un sacchetto di plastica, con alcune confezioni di cibo cinese d'asporto, già aperte, e lì accanto un'arma. Jack conosceva le pistole, ma non riuscì a identificare subito la semiautomatica posata a trenta centimetri dalla mano destra di Emad Kartal.
Entrò in cucina e chiuse piano la porta dietro di sé.
Quella zona era illuminata, ma il salotto in cui si trovava l'obiettivo era buio, tranne che per la luce proveniente dai monitor. Ryan controllò le finestre alla sua sinistra per assicurarsi che nessuno potesse vederlo dagli appartamenti dall'altra parte della strada. Certo di non essere scoperto, avanzò di qualche passo verso l'obiettivo: così i colpi sarebbero stati esplosi al centro della stanza, un po' più distante dal corridoio esterno.
La musica rap risuonava in tutta la casa.
Forse Jack fece un rumore. Oppure gettò un'ombra sulle superfici lucide di fronte alla sua vittima, o l'obiettivo lo vide riflesso sul vetro del monitor. A ogni modo, l'uomo del Mukhabarat scostò di scatto la sedia e si voltò, cercando di raggiungere la sua Zigana, una 9 millimetri semiautomatica di produzione turca. Afferrò l'arma e la puntò contro l'intruso mentre Jack stava ancora prendendo la mira.
Jack riconobbe Target Five grazie alle foto dell'intelligence. Aprì il fuoco, colpendo l'uomo allo stomaco, proprio nel punto in cui si sarebbe trovata la sua nuca se la vittima non si fosse spostata all'improvviso. Il libico fece cadere la pistola e sussultò verso la scrivania, spinto non dalla forza dell'impatto, ma dall'istinto naturale di sfuggire al dolore lancinante.
Jack sparò una seconda volta, al petto, e poi una terza, tra i pettorali; una ferita mortale. Al centro della canottiera bianca dell'uomo prese ad allargarsi una macchia rosso scuro.
Il libico si premette le mani sul petto, gemette, si girò, poi crollò sulla scrivania. Le gambe cedettero e la gravità ebbe la meglio. L'ex agente del Mukhabarat scivolò sul pavimento, supino.
Ryan lo raggiunse rapido, mirando alla testa. Poi ci ripensò: la detonazione, per quanto silenziosa, sarebbe stata comunque udibile dagli altri monolocali occupati. Anziché causare altro rumore, e farsi notare da una decina di potenziali testimoni, si inginocchiò, tastò la carotide dell'uomo e si assicurò che fosse morto.
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