Donald Ray Pollock e il volto disumano del gotico rurale nel profondo Sud

Il libro, considerato dal Times tra i migliori dieci del 2016, racconta le grottesche e spietate disavventure di tre fratelli diventati rapinatori

«Nel 1917, mentre un altro infernale agosto volgeva al termine lungo il confine che separa la Georgia e l'Alabama, Pearl Jewett svegliò i suoi figli prima dell'alba con un ringhio gutturale dal suono più animalesco che umano. I tre giovani si alzarono in silenzio dai rispettivi angoli dell'unica stanza della baracca e s'infilarono i vestiti sudici, ancora umidi per il lavoro del giorno prima». Inizia così La tavola del Paradiso di Donald Ray Pollock (Elliot, pagg. 378, euro, traduzione di Gianluca Testani). Pollock, pur essendo arrivato tardi alla scrittura, con questo romanzo uscito negli Stati Uniti lo scorso anno, è già considerato tra i massimi esponenti della così detta letteratura southern. Un genere narrativo che affonda le proprie radici nel sostrato etnico e socioeconomico della vasta area del Sud degli Usa, quegli Stati caldi, afosi, alluvionali, quelli in passato «sudisti» delle piantagioni e della manodopera schiavistica, del meticciato afroamericano e della lotta per la parità dei diritti. Quella per intenderci che appartiene a scrittori come Flannery O'Connor, Barry Hannah, William Gay, William Faulkner, Sherwood Anderson, Harry Crews, Denis Johnson, James M. Cain e Cormac McCarthy.

Nato nel 1954 a Knockemstiff, paesino dell'Ohio del Sud, non certo un ambiente rurale placido e sorridente, ma che suona più come una condanna a vita e a cui ha dedicato il suo primo libro di racconti (forse il suo vero capolavoro) intitolato proprio Knockemstiff (Elliot 2008) e il primo romanzo Le strade del male (Elliot, 2011), Pollock ha avuto una insolita carriera: ha lasciato la scuola a 17 anni per lavorare prima in un macello, e poi ne ha passati 32 come operaio in una cartiera. I suoi primi racconti sono apparsi soltanto nel 2006 su numerose riviste e quotidiani, tra cui i prestigiosi Granta e New York Times. Oggi è un autore affermatissimo, La tavola del Paradiso, il suo terzo libro, è tradotto in tutto il mondo e già vincitore di numerosi riconoscimenti, tra i quali l'inserimento «tra i migliori dieci libri dell'anno» secondo il Times.

Pollock si muove sulla carta con i movimenti di un pugile. Ora leggero, o con la guardia ben sollevata, ora fuori tempo oppure steso a terra. Come pugile-narratore riesce spesso a piazzare quel colpo inaspettato, oppure atteso ma perfetto, in grado di mandare il lettore knock-out. Appartiene a quella genia di grandi irregolari americani capaci di prendere la letteratura per la gola e piegarne le geometrie, violentarne gli stilemi, sovvertirne regole e canoni. Lirico cantore di un gotico rurale, di provincia, pronto a lasciarsi andare a lampi narrativi in puro stile pulp, inteso come afflato biblico e violento di una voce letteraria che pare essere stata arrochita con whisky e zolfo, Pollock è un romanziere affascinante che racconta storie con le ombre addosso, storie di vecchi drive-in e di droga, di reduci e prostitute. E poi faide sanguinarie. Incesti. Alcol. La sua è una letteratura che scardina il sogno americano, che quasi ne stacca lo scalpo, sfoderando personaggi maledetti, condannati a fare una pessima fine come esige il noir nella sua ineluttabilità.

Ogni grande autore contemporaneo dovrebbe confrontarsi con lui e la sua scrittura per comprendere come la sincerità e l'urgenza siano in letteratura un tesoro da preservare. Forse solo Il bastardo di Erskine Caldwell e L'urlo e il furore di William Faulkner sbranano il cuore del lettore come ha fatto Pollock in La tavola del Paradiso. Un romanzo che racconta la storia di tre fratelli i quali, morto e sepolto il padre agricoltore, si danno alle rapine per fuggire dalla povertà e in breve diventano gli uomini più ricercati degli Stati Uniti. Il fratello maggiore belloccio, l'unico a saper leggere; quello di mezzo «basso e tracagnotto, con la testa rotonda e gli occhi sempre pesti come se lo avessero appena ammazzato e lento di comprendonio»; l'ultimo «senza tanti giri di parole, quello che ai tempi, la gente definiva uno scemo». Questo improbabile trio regala al lettore avventure picaresche ma anche spietate con una scrittura incendiaria scandita da un ritmo che sembra uscito da una sceneggiatura di Tarantino e dei fratelli Coen. Il tutto raccontato da uno scrittore che è unico nel suo genere. Per regalarci una dura metafora, neanche tanto velata, contro l'attuale «sceriffato» americano.