Le acque assassine dove affoga il senso del mito

La meganave Sirena è alta novanta metri, ha 22 ponti, quaranta ristoranti, tre auditorium, quattro discoteche, un campo da basket, due piste di pattinaggio, una luna park con tanto di montagne russe, pareti di finta roccia per il free climbing, un parco naturale con querce, pioppi, abeti, viali e panchine... È la ammiraglia dell'Arcano Line, e la più grande nave da crociera che al mondo sia stata costruita, due volte la lunghezza del Titanic, che all'inizio del Novecento tenne tragicamente a battesimo il nuovo corso del gigantismo marittimo; più grande anche dell'Oasis of the Sea, che nel primo decennio del XXI secolo era sembrato il limite oltre il quale fosse impossibile andare. Vent'anni dopo, anche quel primato è stato battuto e nella Baia degli Angeli di Nizza, questo megamostro del mare dal nome evocativo sembra un'isola di metallo per chi lo guardi dalla Promenade des Anglais. Anche la città è sempre più sconciata dal gigantismo e dalla modernità da un lato, da una miseria esibita e pericolosa dall'altro, quasi che artificialità e animalità siano le uniche condizioni rimaste all'essere umano.
Alla fonda, Sirena ha il divieto di salpare. Il suo arrivo ha coinciso con il proliferare intorno al suo scafo di meduse di una specie sconosciuta, luminescenti e velocissime, pressoché imprendibili. Nel cadavere di una ragazza, orribilmente sfigurata e mutilata, che il mare ha ributtato sulla spiaggia, è stato poi trovato veleno di medusa, il turismo è entrato in crisi perché la balneazione è stata vietata, la polizia non sa bene che cosa fare. Si moltiplicano i convegni di biologia marina, ambientalisti e sostenitori di una «bonifica» cruenta del fenomeno riempiono del loro scontro la scena politica e agitano l'opinione pubblica.
Proprietario dell'Arcano Line è un personaggio misterioso, come il nome che porta e che è anche quello della compagnia. Del suo passato si sa poco, del presente che ha una collezione d'arte senza eguali al mondo, di cui fa parte una sezione interamente dedicata alla rappresentazione, nei secoli, della figura mitologica di Medusa. Ne è ossessionato, così come è ossessionato dall'immagine del Minotauro. Non per nulla ha incaricato il suo gallerista di fiducia di verificare se Picasso, «il più grande pittore del XX secolo» e quindi della modernità, che per un'intera stagione della sua vita si dedicò a riprodurre questa figura mitologica, non abbia riunito questi due mostri creati dal dio del mare, in un dipinto, una ceramica. Asal Fortini, la figlia del gallerista, prova invece per le meduse solo tenerezza. Studentessa di biologia, nell'acquario di casa ne ha una, una pelagia noctiluca, a cui ha dato il suo nome. E dalle meduse è anche attratto Marlon, il vecchio vagabondo che, dormendo in spiaggia, per primo si è imbattuto nel cadavere della ragazza, e che è scettico sull'ipotesi che quel veleno di medusa c'entri qualcosa con la morte. Così come lo è Njamé Kumasi, madre italiana, padre ashanti, giovane cronista suo amico, convinto che fra la meganave e l'assedio delle meduse ci sia un rapporto di causa-effetto, anche se non sa bene quale. Indagando, scoprirà che le profondità del mare nascondono segreti sconvolgenti, quanto e più delle profondità dell'animo, che il troppo amore può uccidere e l'odio tenere in vita, che fra natura e cultura si è rotto qualcosa, e non è più riparabile.
Il male veniva dal mare (Longanesi, pagg. 443, euro 18,80), di Giuseppe Conte, è un libro avvincente e angosciante. È un thriller con tanto di assassini, maniaci sessuali, colpi di scena e agnizioni, lungo scenari che spaziano dal vecchio porto di Nizza al golfo di Guinea, a San Diego e ai confini del Messico, alla California, lungo un arco temporale che da un futuro prossimo, gli anni Trenta di questo secolo, affonda in un passato non solo novecentesco. Ma è anche, e per alcuni versi soprattutto, un'immersione nel mito come chiave interpretativa del mistero dell'universo, il corteo di storie e insieme il bestiario della classicità di cui il mondo moderno ha conservato il ricordo, ma smarrito il senso, via via che scienza e tecnica assumevano la dimensione faustiana del dominio della natura e della sua manipolazione. Così, tutto ciò che nel corso dei secoli era servito all'uomo per cercare di conciliare mortalità ed eternità, caso e destino, conoscenza e ignoto, l'intero corpus di religioni, tradizioni, archetipi, rappresentazioni simboliche e figurazioni, è andato svuotandosi e perdendo di significato, sempre più lasciando l'essere umano solo su un pianeta di cui scientificamente si illude di sapere tutto, e che però resta minacciosamente inafferrabile. Catastrofi ambientali, catastrofi naturali, cambiamenti climatici, disegnano orizzonti all'interno dei quali è proprio il senso del limite che sembra essersi perso, una corsa allo sfruttamento di uomini e cose, una volontà di sopraffazione che sembra disegnare una nuova inumana umanità.
Con una scrittura essenziale e una felice vocazione di raccontatore di storie, Conte fa dei protagonisti del romanzo i rappresentanti delle nostre angosce e delle nostre speranze, degli incubi e dei sogni di cui è popolata la nostra vita. In un modo o nell'altro, ciascuno di essi rimanda anche a quell'elemento mitico che nell'impatto con la realtà si è come cristallizzato. Si esce dalla lettura di Il male veniva dal mare stringendosi idealmente all'idea whitmaniana, molto cara allo stesso Conte, del nostro «vecchio essere uomo, la più nobile di tutte le gioie!», sapendo però che è troppo tardi, e nobiltà e gioia ormai non abitano più qui.