Alle radici della mitologia indù (con Coomaraswamy) La collana evoliana «Orizzonti dello spirito»

Le edizioni Mediterranee pubblicano nella collana «Orizzonti dello spirito», fondata da Julius Evola, due volumi indologici: La mitologia indù e il suo messaggio di Jean Herbert (a cura di G. De Turris, pagg. 130, euro 12,50), e Tempo ed eternità di Ananda Coomaraswamy (a cura di G. Marchianò, pagg. 154, euro 17,50): due libri che hanno molti punti in comune: dalle rispettive edizioni originali, 1949 e 1947, all'affinità metafisica li unisce.
Herbert insiste sul valore autoctono del mito, specie in India, tutt'altro che come mera anticamera del pensiero razionale; cos'è, poi, il pensiero razionale? Il suo tentativo, anche, di riconoscere piena legittimità al mito indiano, non certo debitore di quello greco; si osservi che la logica indiana del Nyaya, pienamente indipendente da quella formale e ben più ampia, va ricondotta a origini greche anche da molti studiosi indiani contemporanei. Herbert si richiama giustamente a Sri Aurobindo, uno dei maggiori pensatori del '900, secondo cui la mitologia indù ha informato tutto il pensiero di questa cultura, l'intera filosofia e metafisica, fino alle sue più estreme propaggini, fino a Gandhi e oltre, il quale iniziava la giornata leggendo la Bhagavad Gita o passaggi dell'epopea di Rama. Una metafisica che, a differenza di quella occidentale, è priva di dogmi, e richiede per essere compresa non soltanto lo studio libresco, ma anche una pratica corrispettiva, quella della meditazione in senso lato, o dell'iniziazione. Herbert descrive una fenomenologia dell'esperienza mistica e del passaggio al filosofico, con lo scadere finale nel materialismo, tipica del mondo intero, non solo dell'India. Quindi l'invito ad abbracciare un'altra logica, per cui le deità indiane sono una sola, a ben vedere, e il binomio deva/asura non è tanto da inquadrare come dèi positivi/démoni, bensì come la complementarietà tra luce e ombra, un'antitesi che tende a svanire, dove l'una acquista i tratti dell'altra.
L'opera di Coomaraswamy insiste proprio su questa possibilità di assimilare un'altra coppia di opposti, centrale per il pensiero umano: il tempo e l'eternità, ben distinti, se si tratta di cogliere, rispettivamente, la mobilità e l'immobilità dell'attimo, ma poi da congiungere, nel progetto di quella philosophia perennis di cui Coomaraswamy si fa portavoce, che coinvolge l'India, ma anche l'Islam e i mistici tedeschi.

Commenti
Ritratto di Jampa

Jampa

Lun, 31/03/2014 - 15:27

A mio modesto avviso, da tempo (una sessantina di anni) commettiamo un vistoso errore di prospettiva in questo specifico ambito. Pretendiamo di interpretare a capire testi di filosofia hinduista e buddhista utilizzando i canoni tipici dell'analisi occidentale. Ci perdiamo in discettazioni infinite e riteniamo di 'aver vinto' (o convinto) solo perchè A PAROLE abbiamo messo in fila una serie di ragionamenti che collimano solo GRAZIE ALLE NOSTRE STESSE PREMESSE. Il mio invito è sempre lo stesso. Studiare le fonti. Più antiche sono, meglio è. Analizzare gli antichi commentatori autoctoni e diffidare dei 'nuovi dioscuri' occidentali che (quasi sempre) usano le loro intepretazioni 'brillanti' solo per procedere nelle rispettive carriere accademiche senza spostare l'asticella in avanti. DULCIS IN FUNDO. Chi legge la lingua inglese troverà sul web una lista ENORME di testi molto significativi da scaricare gratuitamente (e legalmente!) Mai sentito parlare di INTERNET ARCHIVE TEXTS ?(purtroppo in Italia non abbiamo - nè avremo mai - un servizio equivalente: troppi personalismi e nessun illuminato pigmalione).