"Per altre vie", quando il jazz ​incontra la narrativa

Il libro scritto da Guido Mazzon e Guido Bosticco è un cammino spericolato e morbido fra idee e concetti che riguardano una forma d'arte strana: l'improvvisazione

Si chiama Per altre vie, perché sono quelle che ogni buon jazzista dovrebbe percorrere ogni volta che suona. Sempre "altre vie", diverse, nuove, mai quelle comode del cliché, del già sentito e del già detto. E per quelle vie si sono addentrati proprio un jazzista, con la passione per la scrittura, Guido Mazzon, e uno scrittore appassionato di musica, Guido Bosticco. Il loro libro (Per altre vie. Incursioni nella filosofia della musica, Apollo Edizioni, pagg. 101, € 10) è un cammino a volte spericolato e a volte morbido fra le idee e i concetti che riguardano una forma d'arte strana e sfuggente: l'improvvisazione. Alla base del jazz (ma non solo, dal momento che Bach improvvisava, Paganini improvvisava, gli attori improvvisano...), l'improvvisazione è una forma di creatività estemporanea che necessita di una grande preparazione tecnica e, per così dire, spirituale.

Su questo argomento hanno scritto filosofi e critici musicali, ma raramente si sono lette pagine così semplici e dirette come in questo libro, che partono – nel caso di Mazzon, pioniere dell'avanguardia jazz europea degli anni Settanta – da decenni di pratica e di mestiere e, nel caso di Guido Bosticco – filosofo di formazione, docente all'Università di Pavia, scrittore – da una riflessione rigorosa al di fuori dei canoni della letteratura musicale.

Ne esce un libretto snello e strano: la prima parte, a firma di Mazzon, condensa pensieri, riflessioni lanciate nel vuoto, idee, lampi e intuizioni, in forme quasi "divinatorie", che spesso illuminano per la loro semplicità e puntualità. La seconda parte invece prende il tono della riflessione filosofica, teoretica quasi, su alcuni concetti come l'arte, la creatività, la fuga, la verità, il silenzio, l'estetica, mischiando le carte e stimolando pensieri ulteriori. Ed infine la terza parte, la più godibile e divertente, mette in scena un dialogo fra G. (grande, Guido Mazzon) e g. (in piccolo, Guido Bosticco). Una chiacchierata libera che parte da un disco che stanno ascoltando e che è reperibile ad un indirizzo web segnalato nel libro anche con un QR code. Idee sparse, discorsi sulla musica che sviscerano con semplicità temi spesso molto complessi.

I due autori, al loro terzo libro insieme, sembrano aver trovato la formula giusta, dividendosi gli spazi e giocando sullo stesso campo solo nel "terzo tempo". Dopo i due primi libri, dedicati in modi diversi a Pasolini, di cui Mazzon è cugino, qui si giunge alla loro passione comune, che hanno anche condiviso su diversi palchi musicali, e il risultato è a metà fra un saggio che potrebbe essere adottato dai conservatori di jazz, e un libretto su cui riflettere, per chi è amante di questa musica, che ha tracciato una via senza ritorno fin dall'inizio del Novecento.

Uno stralcio del libro, in cui il jazzista Guido Mazzon spiega cosa significa per lui suonare "insieme".

"Nel rito dell’improvvisazione c’è anche il “dimmi qualcosa e io ti ascolto” a cui segue un “ora ti dico cosa ne penso”. Che è più bello del tenerti “bordone”, come si usa dire. In questo senso la staffetta, come la chiami tu, è più relazionale di altre forme musicali. Dico relazione perché, più andiamo avanti nel discorso, meno il termine dialogo mi soddisfa, in quanto è riduttivo e abusato (il “dialogo in musica”). E poi per un motivo essenziale. Se tu pensi ad alcune occasioni in cui abbiamo suonato insieme io e te, per esempio, ti potrai ricordare che meno abbiamo badato l’uno all’altro, meglio abbiamo suonato. Se c’è una buona relazione ci si esprime meglio, senza bisogno di dialogare e rispondersi. A volte, curarsi troppo gli uni degli gli altri (o curarsi troppo gli uni con gli altri) è un impedimento per la musica. Per questo motivo credo che il termine relazione sia meglio di dialogo. Inoltre, nella musica improvvisata ci sono molti casi di dialogo frainteso, come per esempio farsi il verso l’un l’altro, più o meno scherzosamente. E tutto è vagamente pleonastico. Evitare le situazioni pleonastiche nella musica improvvisata è sempre stato un problema, perché se ad un colpo duro tu rispondi con una frase melodica, per contrasto, fai della retorica; viceversa se ad una botta rispondi con un’altra botta, allora per assimilazione fai di nuovo retorica... è difficile. “Suonarsi addosso” è un’altra di queste situazioni: io suono addosso a te e tu addosso a me. Tutto ciò non fa bene alla musica, lo si percepisce immediatamente con un senso di fastidio, e non è raro purtroppo. Se invece instauriamo una relazione allora le cose funzionano".