Amici, moglie, giornali I segreti svelati di Corrado Alvaro

Da un archivio privato emerge, a sorpresa, il più importante carteggio inedito di Corrado Alvaro, di cui non si era avuta finora notizia: 300 lettere che portano alla luce molti aspetti della vita intima e pubblica del scrittore, una personalità tormentata, di grande spessore problematico: per 40 anni, dal 1915 praticamente fino alla sua morte avvenuta nel 1956, l'autore di Gente in Aspromonte intrattenne una corrispondenza epistolare con un compagno d'armi conosciuto durante la Grande Guerra. Si tratta dell'avvocato fiorentino Aldo Fortuna, figura eclettica di intellettuale che sviluppò intensi carteggi anche con letterati come Saba e Papini. Fortuna fu molto più di un semplice amico: fu il suscitatore del talento letterario di Alvaro, il suo primo ispiratore e maestro, per ammissione dello stesso scrittore. Per poi trasformarsi, nel corso degli anni, nel suo più prezioso e intimo confidente, l'amministratore dei suoi interessi editoriali e anche il suo consulente coniugale. Infatti, nel 1929, Alvaro fu sul punto di separarsi dalla moglie Laura Babini e affidò la pratica legale all'amico. Quello di Alvaro fu tutt'altro che un matrimonio felice, diversamente da quanto affermano i curatori della corrispondenza dello scrittore con la moglie (pubblicata da Sellerio, nel 1995, col titolo Cara Laura). La vita coniugale di Alvaro cela un dramma segreto, sul quale la critica ha steso un velo pietoso. Nell'ottobre 1924, un fratello dello scrittore, Guglielmo, si tolse la vita gettandosi da un ponte di Roma, sotto gli occhi della cognata Laura e del figlioletto di questa, Massimo, di soli 5 anni. Marinella Mascia Galateria, in una nota del volume di Sellerio, accenna all'eventualità che Guglielmo fosse «perdutamente innamorato della bellissima Laura». Altri hanno scritto che morì «suicida per amore». Ecco un lettera dello scrittore all'amico avvocato, datata 22 ottobre 1924, poco dopo la tragedia: «Caro Aldo, verrei volentieri a Firenze, ma una terribile disgrazia mi tiene qui. Guglielmo, con un atto improvviso, impensato, impossibile, si è dato la morte. Immagina le nostre condizioni e la nostra costernazione. Mia moglie ha avuto un urto nervoso talmente forte che sono costretto a mandarla domani mattina a Bologna». La separazione dalla moglie non venne comunque portata a compimento per insussistenza dei presupposti legali.
Di grande interesse sono anche le parti dell'epistolario che si riferiscono al cursus honorum di Alvaro, nella stampa fascistizzata. Notazioni che tolgono forza all'assunto - che la critica ha dato per assodato - secondo cui lo scrittore, durante il Ventennio, fosse stato una sorta di perseguitato. Dal carteggio emergono le connessioni che Alvaro coltivò nel panorama dell'informazione asservita al regime. Si dà infatti il caso che Fortuna fosse cognato di Aldo Valori, giornalista fascistissimo. Fu proprio Valori a recensire, sul Resto del Carlino, nel 1915, le «poesie in grigioverde» del ventenne Alvaro, segnalandolo per una collaborazione alla testata bolognese, che iniziò l'anno successivo. Sulla scorta di questo “lancio”, il giovane talento iniziò una brillante carriera giornalistica che lo condusse, già nel 1919, a entrare al Corriere della sera, mentore Albertini. Nel 1921, Alvaro lasciò via Solferino per divenire corrispondente da Parigi del giornale Il Mondo di Giovanni Amendola. Vennero gli albori del fascismo e il delitto Matteotti: e consolidato il governo mussoliniano, il nostro si sentì vacillare la terra sotto i piedi. Nel '25, gli era divenuto insopportabile restare nella stampa aventiniana, mentre si stavano dissolvendo le ultime garanzie liberal-costituzionali. In breve, Alvaro, con tempismo eccezionale, lascia Il Mondo, nella speranza di passare al Corriere, grazie allo sponsor Valori, che nel frattempo è diventato capo della redazione romana del quotidiano milanese. Il 30 dicembre 1925, scrive a Fortuna: «Caro Aldo, com'era da aspettarsi, Valori ha pensato da sé a proporre la mia collaborazione. Io lascio domani il Mondo, con liquidazione». Trascorrono alcuni mesi, ma l'approdo al Corriere non si realizza, forse perché Alvaro ha una certa fama di antifascista. Corrado scalpita. E l'11 marzo 1926 scrive a Fortuna: «Caro Aldo, sono rimasto solennemente a terra. Ojetti, nuovo direttore \, ha scartato il mio nome, e Valori si è impegnato, evidentemente, assai poco». L'avvocato Fortuna esorta l'amico alla prudenza e poi, l'11 giugno, gli scrive: «Credevo che Aldo potesse trovare, prima o poi, da sistemarti in modo solido al Corriere; ma ho avuto l'impressione che egli si debba esser trovato davanti alla resistenza di un ambiente costituito da intolleranti e da paurosi e che perciò quel tanto di autorità che gli poteva venire dalla sua posizione morale e materiale non abbia potuto aver la prevalenza».
Il «gran rifiuto» di Ojetti, peraltro, non danneggiò affatto Alvaro, il quale, nella sua autobiografia, pretese di sostenere di esser stato bandito dalle terze pagine dei quotidiani, a partire dal 1930. La realtà ben diversa, in quanto il nostro inondò le redazioni, con una produzione giornalistica sterminata: sulla Stampa, dal '26 all'inizio degli anni Quaranta; poi, nei primi mesi del '43, sul Corriere della Sera.