Apocalisse e rinascita nella Napoli alluvionata

«A Napoli piove sempre» amava ripetere l'orientalista Pio Filippani Ronconi a un amico campano. E guarda caso, quando De Sica e Zavattini decisero di mettere in scena il giudizio universale in film del 1961, lo ambientarono proprio nel capoluogo partenopeo. La città sentiva l'imponente voce divina che annunciava dal cielo: «alle diciotto comincia il Giudizio Universale». E poi giù pioggia, perché gli uomini si meritavano un nuovo diluvio. Non completo, però; Dio dava solo un avvertimento, il sole tornava e tutto riprendeva come prima. Un sentire di quel tipo, anche se privo dell'intento satirico di Zavattini e De Sica, probabilmente fu anche di Nicola Pugliese, giornalista e scrittore milanese di nascita ma napoletano d'adozione ed elezione. Dopo aver lavorato per anni nella redazione del quotidiano di Achille Lauro, Roma, Pugliese scrisse un romanzo che Italo Calvino volle pubblicare per Einaudi nel 1977. Da allora di Malacqua si erano perse le tracce, ma l'editore Tullio Pironti ha deciso di ridarlo alle stampe (pagg. 150, euro 11,50) a un anno dalla morte di Pugliese. E bene ha fatto perché si tratta di un piccolo capolavoro, che sarebbe riduttivo relegare al genere fantastico, nonostante la trama apocalittica.
Dunque, in quattro giorni d'ottobre a Napoli accadono cose strane. Ma soprattutto piove, anzi diluvia, «con accanimento irreversibile». Tanto da far cedere il suolo stradale e buttare giù palazzi, facendo anche dei morti. Che senso ha questa apocalisse partenopea? La malinconia autunnale diventa cosmica, scava nelle anime degli abitanti, costretti a guardare un cielo nero ed impietoso. Tutti costretti a ripensare il senso della vita, in attesa di quella che sarà forse la distruzione della città. Pugliese, al tradizionale protagonista, preferì un vero coro di flussi di coscienza messo alla prova dal diluvio, da un «rimorso nero che rinsalda fermo fra costola a costola», dall'acqua che «incideva e scavava» non solo il cemento ma le esistenze, lasciando la consapevolezza che niente, in ogni caso, sarebbe tornato come prima. Forse non peggio di prima, come capisce il giornalista Andreoli, uno dei personaggi, che alla fine dei quattro giorni, senza che si sia verificato l'atteso «Accadimento straordinario», avverte «di dentro una tenerezza nuova, pensiero incontaminato». A Napoli piove sempre e chi fa tesoro di quell'acqua dal cielo ne esce ribattezzato.