Le armi del presidente Ecco perché il Quirinale fa politica (da sempre)

Altro che arbitro istituzionale, il nuovo libro di Marco Gervasoni spiega come sin dai tempi di Einaudi il primo cittadino abbia condizionato pesantemente i governi e la vita parlamentare

Si è sempre saputo (ma lo si è detto meno e con circospezione) che la corsa al Colle più alto è popolata da ombre. Ombre di candidati che a malapena si intravedono e che prontamente si dileguano. Ombre che compaiono e scompaiono. Ombre che si affollano all'orizzonte ma che si rarefanno man mano si avvicinano al fatidico appuntamento dell'urna e che, ancor meno, si materializzano in carne e ossa il giorno del giudizio. Si è sempre saputo anche che l'elezione del capo dello Stato è un invito a nozze per i franchi tiratori, pronti nel segreto dell'urna ad allestire trappole, consumare vendette, regolare conti sospesi, rivalersi di ambizioni frustrate.

Non si sapeva, invece (o meglio, non si voleva riconoscere), che la campagna elettorale allestita dai partiti in vista del rinnovo del mandato al Quirinale è la sagra, se non degli inganni, almeno dell'ipocrisia. Inganni sul vero candidato che si vorrebbe far salire sul Colle. Inganni sulla vera partita in gioco, assai più centrata sulla prefigurazione di scenari politici futuri che sullo specifico profilo politico/istituzionale del candidato adatto alla suprema carica. Inganni, soprattutto, sul ruolo che deve assolvere il nuovo capo dello Stato nella vita pubblica nazionale: puntualmente ribadito come notarile, ossia di semplice «garante della Costituzione e dell'unità nazionale», quando si sa che per i poteri di cui è investito e per il carattere politicamente irresponsabile della sua carica, un ruolo politico rilevante è comunque destinato a svolgerlo. Forse, più che un formale ossequio al dettato costituzionale, il ricorrente richiamo che le forze politiche si sentono in dovere di ribadire adempie a una funzione per così dire scaramantica. Tradisce il loro timore di non avere in futuro la forza di controllare, o almeno di arginare, la discrezionalità delle iniziative che il Quirinale inevitabilmente attuerà.

Alla luce del ruolo di primattore assoluto della scena pubblica nazionale platealmente conquistata, o comunque guadagnata, dalla presidenza della Repubblica in questi ultimi anni, l'inganno, se non smascherato, quanto meno alla fine è stato incrinato. Ciò non ha scoraggiato i partiti dall'inscenare la solita, rituale recita. Imperterriti, hanno continuato a fare voti sull'immarcescibile carattere notarile della suprema carica dello Stato.

Per fare definitivamente piazza pulita del pasticcio basterebbe secondare l'ammonimento che sempre si rivolge a chi non trae dall'esperienza storica i giusti insegnamenti e cioè che, se non si conosce il passato, si è destinati a ripeterlo. Nel nostro caso, questo significa che, se non si riconosce che sempre, in misura e modi ovviamente diversi a seconda del profilo del personaggio e della congiuntura politica del momento, chi si è insediato sulla poltrona più alta della Repubblica ha svolto un ruolo politico, si è condannati a perpetuare l'equivoco di un potere esercitato seppur negato, per questo motivo fonte di ricorrenti pasticci, frizioni e tensioni nonché pericoli di sbreghi istituzionali.

Si è incaricato di svelare il fragile inganno Marco Gervasoni. Nel suo studio Le armate del presidente. La politica del Quirinale nell'Italia repubblicana (Marsilio, pagg. 168, euro 19) ha sottoposto a una puntuale analisi il complesso delle iniziative e dei comportamenti adottati dai vari presidenti della Repubblica nel corso di questi ormai quasi settant'anni di vita democratica. Ne è uscita un'impietosa dimostrazione dell'irrevocabile politicità della suprema carica dello Stato.

Cancella gli ultimi argomenti a una replica il riscontro del carattere interventista, per quanto assai moderato rispetto a molti dei suoi successori, del primo presidente della Repubblica, da tutti additato come campione di uno stile notarile, Luigi Einaudi. Per l'elaborazione della nuova legge elettorale, a esempio, raccomandò al governo di attribuire il premio allo schieramento di maggioranza non assoluta, ma relativa, invitandolo inoltre a introdurre il collegio uninominale. Alla caduta di De Gasperi approfittò poi delle divisioni interne alla Dc per conferire l'incarico di costituire il nuovo governo, scavalcando il partito dello scudo crociato, a chi considerava il continuatore della sua politica economica, Giuseppe Pella. Inaugurava così una pratica destinata a fare scuola, quella degli «esecutivi del presidente», nelle loro diverse varianti di governi tecnici, d'affari, amministrativi, ponte, d'emergenza, di scopo, di solidarietà nazionale.

Gestione delle crisi di governo anzitutto, ma anche indicazioni offerte e pressioni esercitate per favorire o stoppare alcuni nomi di ministri, ricorsi attuati o negati a elezioni anticipate, rinvii di leggi, messaggi alle Camere, moral suasion : sono questi gli interventi più ricorrenti e incisivi attuati dai vari capi dello Stato. Con buona pace dei partiti e delle stesse maggioranze che li avevano eletti nella speranza di averli docili esecutori dei loro progetti politici: uno per tutti Francesco Cossiga, fortissimamente voluto da Dc e Pci, poi trasformatosi nel loro picconatore, per non dire di Giovanni Gronchi, che nelle aspettative avrebbe dovuto dar vita a una «presidenza sociale» e che manifestò suggestioni golpiste tanto da meritarsi l'appellativo di «Perón di Pontedera». Al contempo, per lo più intervennero in barba alle insistite enunciazioni sul carattere politicamente neutro della carica. Spicca il caso di Luigi Scalfaro, dapprima avvaloratosi come strenuo avversario (più verbale che reale, a dire il vero) del presidenzialismo di Cossiga e poi, una volta salito al Colle, rivelatosi più presidenzialista di lui con l'insediamento di ben tre «governi del presidente»: Amato, Ciampi, Dini.

Volendo riassumere in una formula il gioco delle variabili in campo nel determinare il diverso grado di interventismo politico dei presidenti della Repubblica si potrebbe affermare che esiste un rapporto inversamente proporzionale (fatti salvi stile e carattere del singolo) fra autorevolezza e prestigio dell'inquilino del Quirinale e capacità d'iniziativa delle forze politiche. Il che equivale a dire tendenza a un presidenzialismo strisciante (nei comportamenti dell'interessato così come negli orientamenti dell'opinione pubblica) con il declino del sistema costruito all'indomani della caduta del fascismo fondato su ruolo dominante dei partiti e del parlamento e su una legge elettorale proporzionale.