Artemisia, tutto tranne che femminista e genio...

Non un'artista di massa ma quasi: un film e un paio di bestseller (di Alexandra Lapierre e Susan Vreeland) hanno contribuito a fare di Artemisia Gentileschi una figurA a rischio di liofilizzazione pop. Anna Banti, che alla pittrice dedicò un romanzo nel '47, lo intuì: la vicenda dello stupro subito dalla pittrice ne avrebbe fatto un'icona femminista ante litteram... In epoca di raffreddamento delle ideologie, arriva un libro come Artemisia "tintora romana" di Maurizia Tazartes (Sillabe, pagg. 126, euro 15) a riportare finalmente al centro la pittrice, dopo che anche la mostra milanese del 2011 ha da un lato concesso il fianco alle divagazioni nella letteratura artistica d'appendice (e aggiunto confusione alle attribuzioni spesso troppo generose).
Densissimo, con una scansione molto intelligente che organizza la biografia di Artemisia attorno a spostamenti e traslochi con cui ha consolidato la propria carriera internazionale, cogliendo puntualmente i mutamenti di gusto e i nuovi orientamenti del collezionismo privato, il volume della Tazartes si affida alla forza dei documenti, e lascia che siano essi a parlare. Evita così quello che è il rischio più grosso di chi si misura con Artemisia senza gli utensili dello storico dell'arte: la lettura dell'opera come rielaborazione del trauma legato alla violenza subita a Roma dal pittore Agostino Tassi, collaboratore del padre, il grande Orazio Gentileschi. Inquadra anzi la figura della pittrice nell'ambito di un sistema di relazioni personali e professionali spregiudicato e assolutamente moderno, ricordando per esempio come nello Stato Pontificio dell'epoca la parola «stupro» indicasse «non tanto la violenza sessuale, quanto la mancata promessa di matrimonio, dopo una relazione carnale con una donna vergine». E racconta l'amore di Artemisia per l'aristocratico Francesco Maria Maringhi, intessuto a Firenze quando era già sposata con Pierantonio Stiattesi, e come questi avesse accettato il tradimento per i vantaggi economici che poteva portare alla famiglia, intessendo anzi uno scambio epistolare con l'amante della moglie. Estremamente misurato infine il giudizio sull'artista Artemisia: «abile pittrice, originale e tecnicamente preparata, capace di adattare con duttilità il suo linguaggio». Senza gli attributi del genio dunque. Ma quello del genio ora come allora è un rovello esclusivamente maschile...

Commenti

astarte

Sab, 15/06/2013 - 16:26

Che cosa vorrebbe dire con l'ultima frase, caro Dusio?