Ascoltate Bruno Leoni La vera giustizia è figlia della libertà

Il grande economista ci ha lasciato una lezione fondamentale: l'individuo viene prima dello Stato. Va protetto dall'eccesso di leggi

Il centenario di Bruno Leoni (1913-1967) può essere l'occasione per riporre al centro del dibattito i problemi affrontati da questo studioso. Giurista e filosofo - ma anche scienziato politico, oltre che appassionato di storia delle idee e di economia - l'autore de La libertà e la legge si è infatti confrontato con questioni che ancora ci affliggono, al punto che il mondo di tradizione europea difficilmente potrà superare la grave crisi in cui si trova senza fare i conti con le analisi di questo pensatore.

Nato ad Ancona il 26 aprile 1913, Leoni è vissuto fra Torino - dove ha studiato e ha condotto la propria attività professionale - e Pavia, dove è stato preside della facoltà di Scienze politiche dal 1948 al 1960. Nella città lombarda egli ha dato vita a Il Politico, rianimando una precedente rivista (gli Annali di Scienze Politiche) e conferendole un significativo prestigio internazionale. L'arco della sua esistenza è stato breve, a causa della morte prematura del 1967, ma molte delle sue intuizioni continuano a essere feconde. Attratto dal socialismo negli anni del liceo, ne prende presto le distanze. Si avvicina dunque al liberalismo e in seguito scopre - siamo alla fine degli anni Quaranta - anche i lavori di Hayek e Mises contro la pianificazione economica. L'incontro con la scuola liberale di Vienna è cruciale, perché da lì in poi la sua riflessione sul diritto sarà in larga misura un ripensamento in senso «austriaco» del rapporto tra legge e società. In particolare, il contrasto tra ordine spontaneo e ordine costruito lo porta a rileggere la storia del diritto e a delineare una contrapposizione tra modelli destinata a segnare anche il dibattito anglosassone.
Fino a Leoni, in effetti, i liberali classici erano stati fautori di un'economia di mercato che si limitava a chiedere leggi meno intrusive. Con lo studioso italiano il paradigma muta. Come scrisse Murray Rothbard, «la principale tesi del professor Leoni è che anche gli economisti più fedeli al libero mercato hanno ritenuto, in modo del tutto imprudente, che le leggi debbano essere create dalla legislazione statale: ma Leoni mostra come questa concessione apra inevitabilmente la strada alla tirannia dello Stato sull'individuo». Non soltanto è indispensabile respingere la sovrapproduzione normativa: c'è pure la necessità di ripensare la natura del diritto.

Non abbiamo allora bisogno di altre leggi. Essenzialmente c'è la necessità di una minore presenza dello Stato in modo da avere più libertà, e quindi abbiamo bisogno di riscoprire - grazie al modello dello ius civile romano o del common law inglese - un ordinamento giuridico più in sintonia con una società libera. La sua riflessione sull'origine della norma quale incontro tra pretese individuali rafforza questa opzione per una società che si autoregola. Egli arriva a queste conclusioni grazie alla sua familiarità con la storia del diritto, ma anche in virtù di un realismo politico maturato dalla conoscenza di taluni classici italiani (da Vilfredo Pareto alla scuola di scienza della finanza) e di quegli stessi amici americani che proprio negli anni '50 e '60, si pensi a James Buchanan, stavano rileggendo la politica utilizzando lo strumentario dell'economia. In questo senso è oggi difficile leggere i suoi lavori sul diritto senza tenere in considerazione le analisi che consacrò allo Stato (si pensi alle Lezioni di dottrina dello Stato del 1957), in cui Leoni si spinge fino ai confini del libertarismo radicale. A suo parere, infatti, la relazione politica è in quanto tale disproduttiva, dato che si basa su coercizione e potere. È allora la strutturale violenza che contraddistingue lo Stato a ridurre il diritto a legislazione, comprimendo la libertà e la prosperità.
In una delle sue espressioni più celebri, Leoni sottolineò proprio che oggi siamo governati da uomini proprio perché siamo governati da leggi: e cioè in virtù del fatto che il diritto altro non è che la volontà del ceto politico. In questo senso, a Leoni fu chiaro che se non si ripensa il diritto è difficile creare spazi di libertà.