Basilico, quando una foto racconta la storia e l'uomo

Chi entra in casa mia, per prima cosa vede due fotografie di Gabriele Basilico. La prima rappresenta lo stadio «Lenin» di Mosca visto dall'alto del grattacielo dell'Università. L'altra rappresenta un paese della Normandia, Le Tréport, ed è secondo me la più bella fotografia del mondo. Ora l'autore di queste immagini non c'è più, e a chi ha avuto l'onore di averlo come amico e maestro tocca lo sconsolato compito di parlarne.
Gabriele Basilico è stato uno dei più importanti fotografi non solo italiani degli ultimi decenni. Laureato in architettura, tranne alcune incursioni in altri campi (soprattutto all'inizio della sua carriera) è al paesaggio urbano che ha dedicato la sua straordinaria opera. Come ogni grande fotografo, è stato un grande antropologo. La fotografia permette, se usata con precisione, di documentare in modo rigoroso, profondo e non convenzionale la vita umana in un certo contesto. Eppure prestissimo la figura umana scomparve quasi completamente dalle sue immagini. Nel suo primo libro importante, Ritratti di fabbriche, Basilico scelse, a cavallo tra gli anni '70 e '80, di ritrarre Milano raccontandone l'architettura industriale. In questo mirabile libro non una figura umana viene a disturbare con la sua bicicletta o la sua borsa della spesa il senso di mistero che invade le immagini. Esse, silenziosamente, documentano la grandezza del lavoro umano, le forme che il lavoro crea intorno a sé.
Basilico non ritrae l'uomo, ma ne parla attraverso le forme oggettive delle sue azioni: abitare, lavorare, spostarsi. In queste azioni egli lascia una traccia di sé assai più credibile di tutto ciò che può dire o pensare di se stesso. Ama soprattutto le periferie, dove i grandi stili del Novecento si perdono a poco a poco nella koinè della fretta e del contenimento dei costi. Pochi artisti e scrittori hanno saputo distinguere con altrettanta lucidità tra «racconto» e «narrazione». Per poter narrare non basta raccontare, anzi: a volte il racconto è d'intralcio alla narrazione, perché nella vera narrazione (pensiamo a Tolstoj) non è più la piccola voce dello scrittore a prevalere, ma la grande voce delle cose, degli eventi, della Storia, che parla da sola. A Basilico interessava questa voce.
La sua immagine che amo di più risale alla prima metà degli anni '80, quando l'artista fu invitato a prendere parte al grande progetto della Datar con cui il governo francese intendeva realizzare una documentazione il più dettagliata possibile del territorio francese alla vigilia di una trasformazione che ne avrebbe ridefinito la fisionomia. Basilico scelse la Normandia, e lì ritrasse, tra le molte cittadine, anche Le Tréport. Lui stesso ha scritto più volte di questa fotografia, dove il paese appare per intero dall'alto di un colle che lo sovrasta: quartieri industriali e residenziali, la foce di un fiume, un piccolo porto, una spiaggia bassa carezzata da decine di piccole onde. Due sguardi si sovrappongono: quello del generale che ordina le truppe per la battaglia e quello del bambino che gioca ai soldatini. Nell'incontro fra questi due sguardi, mi disse una volta Gabriele, c'è forse il segreto della fotografia.
L'opera che lo ha reso celebre nel mondo è il libro su Beirut, che unisce due viaggi, fatti nel '91 e nel 2001. Le immagini di Beirut devastata da una guerra di posizione, sgretolata non dalle bombe ma dalle fucilate, e quindi intatta nelle sue strutture portanti, sono entrate nel nostro immaginario. Con quelle fotografie Basilico non intendeva tanto documentare la devastazione, quanto la bellezza, che contiene la radice della propria rinascita, anche nei momenti in cui la Storia somiglia a un buco nero.
Non è retorica se dico che potrei scrivere di lui per decine di pagine. L'ho sempre considerato un maestro di sguardo, e nessuno scrittore ha influenzato più di lui il mio lavoro negli ultimi anni. Ho avuto perfino la fortuna di scriverne in occasione della sua mostra «Istanbul 05-010». Ci stringeva il desiderio di realizzare insieme un libro e una mostra su una delle città più belle del mondo, Il Cairo. Io so che, prima o poi, ce la faremo. Gireremo per la città giorno e notte, lui scatterà migliaia di fotografie in digitale, poi le riguarderà una a una, sceglierà dove tornare per piazzare il banco ottico, realizzerà le sue immagini, poi ne scarterà qualcuna e qualcun'altra la conserverà: e io forse potrò catturare qualche altro segreto della sua grande arte di narratore.