Battista in bilico fra amore e morte

Il sesso è la morte sono coetanei, quasi dei gemelli diversi, sostengono i biologi: gli esseri più semplici (batteri, virus), che non hanno attività sessuale, non muoiono mai: piuttosto, come in un racconto di Calvino, si dividono all'infinito. Ma appena giunge, con gli organismi superiori, la necessità di far circolare il corredo genetico, appare anche la morte: una volta effettuato lo scambio dei geni, infatti, dal punto di vista della specie la sopravvivenza dell'individuo è del tutto inutile.
Pensavo a questa fratellanza biologica fra sesso e morte leggendo La fine del giorno (Rizzoli, pagg. 159, euro 16) di Pierluigi Battista, noto e influente editorialista del Corriere della Sera. È un diario bifronte nel quale Battista parla essenzialmente di due cose: della malattia della moglie Silvia, uccisa nel giro di pochi mesi da un male incurabile; e del progetto di scrivere un saggio sulle passioni senili. Cioè, bando agli eufemismi, sulla voglia dei vecchi di fare sesso, una pratica che oggi la pillola blu ha forse reso più frequente e che alcuni casi sensazionali - da Strauss-Kahn, accusato di molestie dalla cameriera al generale Petraeus, che andava a letto con la sua giovane biografa - hanno posto al centro dell'attenzione dei media.
È il monito di Silvia, una sorta di tanto va la gatta al lardo, a fare da collante fra le due parti del diario: attento, dice al marito, a non sembrare anche tu un manzoniano «vecchio malvissuto»; attento, insomma, a non lasciarti invischiare nel soggetto della ricerca.
Preso atto dell'avvertimento, Battista lascia scorrere le due parti del diario senza farle incontrare. Racconta i giorni terribili della malattia della moglie, in pagine in cui la disperazione è palpabile e il lettore viene trascinato in un girone infernale fatto di medici, farmaci e protocolli terapeutici. E intanto si immerge nell'altro tema, che ovviamente è più antico del Viagra. Si comincia con i vecchi lubrichi di Plauto e si finisce con i personaggi di Philip Roth o di Coetzee, che non cessano di desiderare nonostante i capelli bianchi e un corpo che perde colpi. Sono «i nipotini del professor Unrat», il patetico professore di liceo innamorato della cantante Lola, uscito dalla penna di Heinrich Mann.
Lungo l'intero diario, Battista non vacilla. Nemmeno una volta strizza l'occhio ai canuti satiri che sfilano sotto la sua lente di ingrandimento. Gli episodi antologizzati, siano presi dalla grande letteratura o dalla cronaca spicciola, hanno sempre attorno la cornice del ridicolo o del grottesco. Tanto che per una specie di contraccolpo il sesso «lecito», tenuto il più lontano possibile dalla vecchiaia e dalla morte, finisce per alludere a una beatitudine così vincolata, imberbe ed estetizzante da sembrare frigida.