Belli, il cronista dal sonetto plebeo

Ci sono libri che in realtà sono due, in uno. Come il Ritratto di Gioachino Belli di Mario dell'Arco, uscito a puntate sulla rivista Capitolium nel 1963, in occasione del centenario della morte di Belli, e pubblicato ora per la prima volta in volume (Castelvecchi, pagg. 136, euro 16).
Due libri, in uno, che raccontano insieme la vita, la poesia e la Roma di Gioachino Belli (1791-1863), e la scrittura, il carattere e la romanità di Mario dell'Arco (1905-96), entrambi romani di Roma, entrambi poeti romaneschi, entrambi così antiaccademici da fare scuola. Stabilire, poi, quale dei due risvolti del libro sia più interessante, e quale dei due autori più «personaggio», è difficile.
Per quanto riguarda il biografo Mario dell'Arco, si può qui ricordare che si chiamava in realtà Fagiolo, che la scelta dello pseudonimo «Dell'Arco» deve qualcosa alla sua attività, passata sempre in secondo piano, di architetto (è autore, fra le altre cose, del razionalista Palazzo delle Poste, a piazza Bologna), che iniziò presto a scribacchiare versi in romanesco, che curò insieme a Pier Paolo Pasolini la grande antologia Poesia dialettale del Novecento, uscita nel 1952, che fondò diverse «rivistine» letterarie, che pubblicò una cinquantina di volumi in versi, e che oggi è considerato uno dei grandi poeti, tout court, del nostro Novecento. È morto nel 1996, nella sua Roma.
Per quanto riguarda il biografato Giuseppe Gioachino Belli, che fece entrare nel canone poetico nazionale la voce del popolo romano dell'Ottocento, basti invece leggere, appunto, il ritratto stupendo che ne fa il concittadino e collega Dell'Arco, il quale spulciando le varie edizioni dei Sonetti romaneschi, leggiucchiando l'epistolario e il diario, e «sforbiciando i passi più illuminanti» delle due biografie storiche di Francesco Spada e Domenico Gnoli, ricostruisce con arte e nostalgia la figura difficile del Nostro (che in vita non pubblicò neppure uno dei sonetti in romanesco) e il carattere eterno dell'Urbe (che ai bei tempi del Belli «era un paesone di cento, centocinquanta anime»).
Schivo, taciturno, misantropo, il cui albero genealogico affonda per diversi secoli nell'humus romano, il Belli si vide passare innanzi Papi, Papi-re, la Repubblica romana, la «peste» francese, il colera che si portò via il padre, combricole di letterati e artisti che frequentò negli anni di scapigliatura giovanile, e poi nobili, gran viaggiatori europei, ciarlatani e principi, presso i quali prestò ufficio di computista e segretario. Poi, partire dagli anni Venti dell'Ottocento, i primi vagiti romaneschi, e la scelta di assumere «i panni, gli atti e la voce del plebeo». Un «cronista dall'endecasillabo facile» che inizia a fissare sulla carta «gli avvenimenti, grossi e meno grossi, che si succedono nel suo felice Paese», un satiro che nulla perdona a pontefici, osti, fruttaroli, becchini, «ricattieri», «caffettieri», padri, madri, figli e «calzettai», e che finisce per scrivere un unico poema - «er commedione» - di 2.279 sonetti, 32mila versi e infinite varietà di toni: allegro, dolente, casto, sensuale, bigotto, sacrilego, castigato, osceno (ma Belli è cattolicissimo, «un pugilatore credente e osservante che prima di scagliare sull'antagonista tutto l'assortimento di cross, swing, uppercut, si fa il segno della croce»). «Una vera e propria commedia - scrive Dell'Arco - Non divina come quella di Dante, ma umana. Non borghese come quella di Boccaccio, ma plebea». Un solo ispiratore, «il dio della Abbibbia». E una scena stabile: un vicolo, un interno di Trastevere. Protagonista - semplicemente - la vita. Che inizia «Nove mesi a la puzza...» e «Poi viè l'arte, er diggiuno, la fatica,/ la piggione, le carcere, er governo,/ lo spedale, li debbiti, la fica,/ er sol d'istate, la neve d'inverno.../ E per urtimo, Iddio ce benedica,/ viè la morte, e finisce co l'inferno».
«Gioachino traduce la sua “realtà” nei quattordici enecasillabi del sonetto». E per farlo recupera una lingua, il romanesco, che non considera un dialetto o un vernacolo della lingua italiana, ma una sua corruzione, «un'altra lingua nella lingua nazionale, generata da sé: un gergo che diviene una lingua poetica», una lingua sentita e ri-scritta, zeppa di «belle parolacce», illuminazioni, sconcerie, nomignoli, metafore sanguigne. «Teologia e folklore, satira e demonismo, oscenità da trivio e tenerezza da interno familiare - sintetizza Dell'Arco - buttàti nello stesso calderone e mischiati con lo stesso mestolo rugginoso».
Da vivo Gioachino Belli stampò un unico sonetto, Er padre e la fija. Sul punto di morte, avrebbe voluto bruciarli tutti. Ma suo fijo, grazie a Iddio, non lo fece.

Commenti
Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Ven, 10/01/2014 - 22:02

Il grande poeta romano (non adeguatamente ricordato per il 150° della morte che ricorreva il 21 dicembre 2013) non avrebbe certo sopportato la declinazione 'folkloristica' dei titoli delle osterie: 'er bucio', 'er grottino', 'la parolaccia'. Perchè Belli non era quel 'romanesco' che noi ci immaginiamo; quell'individuo compiaciuto e volgarotto che si autoascolta nel suo dialetto, che 'magna a cucina romana', tifoso della 'magica', garbatellinoantifascista, che dice di essere quello che 'nun se meravija de 'gnente, perchè so' tutti uguali', credendo così di essere originale, ma poi è un gran conformista del quali ci si stufa dopo dieci minuti (la vecchia di Montecitorio è peggio ma non troppo). Oserei invece dire che non avesse neanche un carattere romano! Era un uomo che neppure amava compagnie caciarone. E poi neanche frequentava le osterie, luoghi di ostentata vitalità, che piacevano più agli stranieri e che sono, infatti, pochissimo citate nei suoi sonetti. Insomma 996 (come si 'cifrava' il Belli con le sue iniziali ggb) è stato il simbolo di Roma, ma forse la Roma del Belli è solo una sua invenzione. Oppure in 150 anni si è verificata la più disastrosa mutazione del 'tipus' romano che, da una posizione scettica e autenticamente disillusa, consapevole di una passata grandezza, si è trasformato in un prodotto folkloristico, gergale e semplificato. La deriva multietnica ha dato e darà la mazzata finale: dall'orgoglio della trasteverina che 'rifiutò' le 'avances' di un Johannes Brahms, 'deviato' da qualche 'fojetta' di buon Velletri, dicendo che: 'una romana non si abbassa a darsi ad un tedesco', adesso è invece tutta Roma che si dà ai rumeni e pakistani. E questa Roma attuale forse ha fatto un favore al grande Giuseppe Gioachino nel dimenticarsi di lui! E la Roma papale, così 'oppressiva' e di cui tanto aveva 'sparlato', lo salvò, nelle vesti di mons. Tizzani vescovo di Terni, che salvò i sonetti dal fuoco che il 'diabolus in Ecclesia' Belli voleva loro riservare!