Benvenuti nel 2049, il futuro dell'Italia è corrotto e perverso

Una satira sul Belpaese prossimo venturo Transessuali al potere, voto concesso solo a chi supera un quiz "culturale", Chiesa iper-progressista e la solita mafia...

Se siete rimasti impressionati, scandalizzati, incazzati, spiazzati dal caso ( alias caos alias casino) Colosseo di qualche giorno fa, mettetevi tranquilli e godetevi la vita finché potete, in questa Italia da basso impero. Il peggio deve ancora arrivare, basta aspettare 34 anni. Proprio lì, a un passo dall'anfiteatro Flavio, il 14 luglio del 2049 succederà qualcosa di davvero clamoroso, altro che assemblea sindacale e sconcerto dei turisti e caso-caos-casino con sindaci, ministri e premier sulle spine. Per la verità anche quel giorno a fare notizia, una notizia bomba, sarà un premier, anche se molto... diverso dall'attuale.

Ma non vogliamo anticiparvi il finale di questa storia, né tantomeno il sottofinale. Vi basti sapere che sarà un finale molto cinematografico, ed è normale che lo sia, poiché la storia l'ha scritta, insieme a suo figlio Federico Ligotti, quel Nelson Martinico (all'anagrafe Giuseppe Elio Ligotti) l'anno scorso esercitatosi sul sequel letterario di Il buono il brutto il cattivo , terzo capitolo della saga spaghetti western di Sergio Leone. E del resto, non è un po' spaghetti western, oggi, questo Paese dove ne succedono di cotte e di crude ma mai al dente come vorrebbe la ricetta della civiltà?

Comunque, visto che l'abbiamo citato, il futuro premier che giurerà fedeltà alla Repubblica di fronte alla relativa presidentessa Eulalia Bonini, diamogli anche un nome. Abbiamo l'imbarazzo della scelta: possiamo chiamarlo Princesa, oppure Alejandro Fernandes, oppure Alessandro Giacobbe. Basta un indizio per fare una prova, a chi conosce la canzone di Fabrizio De André, morto mezzo secolo prima dell'inizio di questa storia, «e a ricordargli che è nato maschio/ sarà l'istinto sarà la vita». Sì, fra 34 anni tutti gli italiani potranno mandare il presidente del Consiglio a prenderlo in quel posto senza offenderlo, né lui né quel posto. Merito di La proprietà transitiva (Edizioni Spartaco, pagg. 235, euro 11, da giovedì nelle librerie). Transitiva come i transessuali, appunto. Ma non preoccupatevi, qui la fantapolitica, la distopia, la satira non sono un inno al melting pot dei generi, uno spot alle alchimie degli endocrinologi, una picconata alla famiglia tradizionale. Anzi, qui la famiglia, le famiglie di un piccolo e ovviamente immaginario paese in provincia di Trapani, San Bartolomeo, hanno un ruolo primario.

Don Ignazio Raìsi, proprietario di un'azienda che produce reti e ancore, in ossequio al cognome è il raìs locale, e ha trovato un modo semplice per risollevare le sorti della sua creatura: le morti, spacciate per «bianche», dei dipendenti, previa sottoscrizione, da parte dei malcapitati, di una polizza assicurativa sulla vita, con il piccolo particolare che a incassare il 75 per cento del totale è proprio il Raìsi. La rivolta è d'obbligo, fra la popolazione vessata, e la sera del 21 agosto 2010, durante la processione della Bella Madre del Soccorso, patrona del paese, il cattivo viene acciso . Nulla sarà più come prima, per nessuno. Per i veri e i presunti colpevoli, per chi indaga, per chi sa e non vuole parlare, per chi non sa e parla. E ovviamente anche per il piccolo Alessandro, figlio di Peppino e Serena.

Da San Bartolomeo a Roma, dove alcuni protagonisti della vicenda si sono rifatti (uno anche in senso letterale) una vita il passo non è poi così lungo, e dal 2010 e dintorni alla fine degli anni Quaranta prossimi venturi l'Italia cambia, certo, ma non in meglio: disoccupazione al 40 per cento, violenza e ignoranza à gogò, corruzione pressoché obbligatoria, malgoverno idem. Persino invocare l'intervento semidivino della Chiesa è un terno al lotto, anche perché le risultanze del Concilio ecumenico vaticano III voluto dal Papa Giovanni XXV e tenutosi fra il '36 e il '39 lasciano perplessi, inclusa la “benedizione” accordata alla nuova “classe” sociale dei trans, in netta ascesa a causa di una clientela mai sazia di trasgressione.

Così Princesa, divenuto Alejandro Fernandes per l'anagrafe onde cancellare la vergogna di esser stato Alessandro Giacobbe, figlio di un onorevole poco onorevole stanti i trascorsi siciliani alla corte di don Raìsi e l'attuale immersione nella pentola ribollente dei servizi segreti, dopo la morte dell'amata mamma e l'incontro (fortuito?) con l'altro genitore degenere decide di scendere in campo, insieme alla/al compagna/o Katia, nera come il carbone e innamorata come una tenera fanciulla, e presto viene eletto al Parlamento europeo. Poi, grazie al lavoro di un'«agenzia di marketing politico-elettorale» guidata da Momo, ex autista di papà, al supporto morale fornito dal prete di strada don Libero, a un demagogico programma liberaldemocratico opposto a quello oscurantista degli avversari e soprattutto agli autogol messi a segno dal leader del fronte avverso, l'onorevole Lavolpe, durante il faccia-a-faccia a Porta a porta condotto da Federico Vespa, eccolo tornare Alessandro Giacobbe. E diventare primo ministro. Le chicche della sua politica nel segno dell'«Utopia rivoluzionaria»? Apporre sulle portiere delle automobili la scritta «nuoce gravemente alla salute» e introdurre la patente elettorale, un quiz composto da quattro domandine all'apparenza semplici semplici tipo «che cos'è Palazzo Madama?»: soltanto chi risponde correttamente può recarsi alle urne. Mal glene incoglie, rivelandosi il popolo più bue del previsto...

Del finale abbiamo detto, senza dir nulla, all'inizio. Del sottofinale diciamo che, italianamente, vede trionfare l'amore. Trans, transitivo o di transizione, dipende dai gusti.