La Biennale di Venezia? Un centro sociale per ricchi

Il curatore nigeriano Okwui Enwezor dosa superstar e collettivi militanti in nome dell'impegno più verboso

Okwui Enwezor è uno dei curatori più famosi al mondo. Il primo critico d'arte di colore ad avere raggiunto gloria e notorietà, culminata nel 2002 quando gli fu affidata, appena quarantenne, la direzione di Documenta a Kassel. Ebbene, di quella mostra si fa davvero fatica a ricordare qualcosa: schiacciate da un imponente impianto teorico, le opere non sembrarono così memorabili, a dimostrazione che l'estetica e la forma soffrono quando diventa primario l'approccio concettuale dei più verbosi.

Per l'edizione numero 56, quella dei 120 anni che apre il 9 maggio con un mese di anticipo al fine di catturare i visitatori di Expo, Paolo Baratta e il consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia hanno scelto dunque Enwezor. Dice il presidente, a completare un trittico di grande livello internazionale cominciato con Bice Curiger nel 2011 e proseguito con Massimiliano Gioni nel '13. Eppure almeno sulla carta (perché non si possono giudicare le mostre prima di averle viste) valutando le premesse la prossima Biennale si annuncia profondamente diversa dalle precedenti. Il titolo, «All the World's Futures», ricalca peraltro il «Fare mondi» di Daniel Birnbaum del 2009.

Ancora una volta dunque siamo nei pressi della globalizzazione, di cui si discute fin dagli anni '90, che ha certamente tra i vantaggi quello di indagare realtà che sarebbero altrimenti distanti e periferiche, e tra i difetti il rovesciare arbitrariamente quelle gerarchie che l'arte ha saputo conquistare in un secolo che ha visto protagonista prima Parigi e poi New York. Secondo Enwezor il centro dell'arte si sta spostando nel terzo mondo; gli piace molto Berlino, culla dei creativi più estremi e impegnati, ma del tutto ininfluente se si parla di mercato. Non sembra particolarmente attratto dalle novità e preferisce quell'attivismo para-artistico fatto di collettivi, anonimi, militanti politici. Cose che hanno sì diritto di cittadinanza nella cultura, ma che facciamo ancora fatica a chiamare davvero arte.

Il curatore ha selezionato 136 artisti da 53 Paesi; 88 espongono per la prima volta a Venezia. Non per fare il solito discorso di campanile o di nazione, ma di questi solo 4 sono italiani: Pino Pascali è morto nel 1968 ed è difficile valutare la sua influenza sul contemporaneo; Fabio Mauri, scomparso nel 2009, era già stato incluso nello scorso Padiglione Italia; le altre due, Rosa Barba e Monica Bonvicini, da tempo vivono a Berlino. Insomma, il curatore superstar globale nigeriano è venuto a incassare in Italia senza minimamente preoccuparsi di verificare lo stato delle cose, cercare di capire se esiste una qualche tensione attuale o se invece siamo ormai irrimediabilmente un paese colonizzato al contrario. In Germania o a Istanbul non glielo avrebbero lasciato fare, visto che stiamo parlando di popoli dotati di un certo orgoglio, qui da noi siamo ormai in balia degli eventi, sfibrati. Quattro artisti su 136 suonano davvero come un'offesa, a questo punto sarebbe stato più dignitoso non invitarne nessuno.

A scorrere l'elenco dei nomi compare un attento e furbo dosaggio tra le superstar del sistema e il politichese più astratto che è davvero la forza di Enwezor. Ma questa mostra, sempre sulla carta, non è che la riproposizione con tredici anni di ritardo della Documenta 2002: un formidabile impianto teorico, la prorompente personalità del curatore, un profluvio incontrollato di filosofia. Tutto quello che serve a mortificare l'essenza dell'arte, fatta di vedere più che di partecipare, di bellezza invece che di chiacchiere. E pure sulla questione a lui cara dei conflitti mi pare che i paradigmi siano alquanto datati: forse Enwezor non si è accorto, o non gliene frega niente, che l'Isis ci soffia sul collo, che l'Africa è un bacino di razzismi e crudeltà, che l'Europa deve trovare la ricetta per sollevarsi da una crisi strutturale mai vista. Gli basta applicare il manuale Cencelli del terzomondismo appannaggio della borghesia illuminata e sinistrorsa.

Ecco, a proposito, arrivare la lettura integrale e orale (non riusciamo a immaginare la noia) del Capitale di Marx nello spazio dei Giardini trasformato pomposamente in Parlamento delle forme: non Omero, né Dante, ma il filosofo tedesco che pur avendo avuto una lungimirante visione dell'800 non si è certamente reso conto dei danni che la sua opera avrebbe portato nel futuro.

La parola d'ordine è «interdisciplinarietà», da cui la trasformazione del museo in arena. Probabilmente vedremo dei luoghi diversi rispetto al consueto, verrà sovvertita la percezione comune delle cose, tranne forse che nelle ridotte antologie dedicate a quelli che il curatore considera artisti seminali: Bruce Nauman e Harun Farocki, Walker Evans e il regista Alexander Kluge, Robert Smithson e Marlene Dumas, giusto per citarne alcuni. Il resto sarà un'abbondanza di collettivi politici dalla Nigeria, dalla Siria e da altri luoghi ameni. La trasformazione della Serenissima in un centro sociale per ricchi è dunque compiuta. Tutti a incazzarsi per la Palestina, poi di corsa a Ca' Giustinian a sorseggiare il solito Bellini.