Bloch, il maestro (tradito) della storia senza ideologie

Il fondatore delle "Annales" si battè per lo studio disinteressato del passato. Ma molti suoi allievi dimenticarono la sua lezione...

Era il 16 giugno 1944. Nei pressi di Lione, sua città natale, uno dei più grandi intellettuali francesi del XX secolo, Marc Bloch, insieme ad altri 26 militanti della Resistenza, venne fucilato da un plotone di esecuzione della Gestapo. Con i suoi 58 anni era il più anziano del gruppo, ma anche il più tranquillo. A un ragazzo sedicenne che, terrorizzato, mormorava: «Mi farà male...» cercò di dare conforto: «Ma no, figliolo, non farà male...». Le sue ultime parole furono «Viva la Francia!». Non tutti, fra i compagni della Resistenza, sapevano chi fosse. Lo conoscevano con i nomi di copertura: «Narbonne», «Chevreuse», «Arpajon».

Quell'uomo maturo e compassato, dall'aspetto sobrio e distinto, i capelli grigi, gli occhiali con le lenti tonde e una montatura scura non era un militante politico nel senso stretto del termine. Era, soprattutto, un patriota, che amava la Francia. Aveva combattuto durante la prima guerra mondiale e non aveva esitato, malgrado l'età e una famiglia numerosa che gli avrebbero consentito di rimanerne fuori, a prendere parte al nuovo conflitto iniziato nel 1939 come capitano addetto ai rifornimenti e poi, dopo il 1942, come membro attivo della Resistenza.

Nella sua intensa e dolente testimonianza uscita postuma nel 1946, La strana disfatta , scritta nel 1940, ora ristampata in italiano (Res Gestae, pagg. 214, euro 16), Bloch tentò, da francese innamorato della Francia, un «esame di coscienza» per cercare una spiegazione a una sconfitta, prima ancora che militare, morale e culturale, frutto della «letargia intellettuale delle classi dirigenti» e dei «loro rancori», della «gerontocrazia», del «disagio dell'esercito e del paese» e della debolezza etica della borghesia.

Bloch era ebreo, «se non di religione, almeno di nascita», ma non rivendicava la sua origine salvo quando, precisava, si trovava «di fronte a un antisemita». Si sentiva, prima di tutto, francese: la Francia, scriveva, «resterà per me, qualunque cosa succeda, la patria da cui non saprei sradicare il mio cuore. Vi sono nato, mi sono dissetato alle sorgenti della sua cultura, ho fatto mio il suo passato, non respiro bene che sotto il suo cielo, e mi sono sforzato, a mia volta, di difenderla quanto meglio ho potuto».

La sua passione per lo studio e l'insegnamento della storia presupponeva il suo interesse per la vita, in tutte le sue manifestazioni. Era convinto che «l'incomprensione del presente» derivasse «fatalmente dall'ignoranza del passato» e che compito dello studioso fosse fare «la cernita del vero e del falso». Al centro della sua indagine c'era sempre l'uomo. Lo chiarisce bene una celebre battuta contenuta nelle prime pagine di quell'aureo saggio intitolato Apologia della storia (o Mestiere di storico) , pubblicato postumo nel '46 ma scritto in piena guerra nel '42: «Il buono storico somiglia all'orco della favola: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda».

Il suo primo importante lavoro, forse il più suggestivo, fu I re taumaturghi (1924) dedicato alla tradizione medievale che attribuiva ai sovrani francesi la capacità di guarire appestati e scrofolosi con l'imposizione delle mani accompagnata dall'ingiunzione: «il Re ti tocca, Dio ti guarisca!». Non era tanto un saggio su una superstizione popolare, quanto un'analisi approfondita sul rapporto fra potere temporale e potere spirituale e sul «cemento» della loro alleanza. Sotto questo profilo, era anche un bel libro di storia politica europea, impreziosito e vivacizzato da un approccio interdisciplinare, capace di far comprendere una delle caratteristiche del Medioevo, l'alleanza fra Chiesa e Corona.

Fondatore nel 1929 con Lucien Febvre, come lui professore a Strasburgo, della rivista Annales d'histoire économique et sociale , egli, estraneo alle degenerazioni della scuola che avrebbe preso il nome da quella rivista, è stato uno degli studiosi che più hanno contribuito a dissipare l'immagine del Medioevo come epoca oscura. Opere come I caratteri originali della storia rurale francese (1931) o La società feudale (1939-1940) sono esemplari. La seconda, in particolare, offre un suggestivo affresco dalla dissoluzione dell'impero carolingio e dalle ultime invasioni barbariche fino alla rinascita del primo Duecento, analizzando la struttura del mondo feudale: le condizioni di vita, la maniera di sentire e pensare, la memoria collettiva, i fondamenti del diritto e, ancora, i legami tra uomo e uomo studiati attraverso il peso dei vincoli del sangue e quelli del vassallaggio, del feudo e della struttura signorile.

Al di là dell'eccezionale forza evocativa di pagine letterariamente fini e al di là di una eredità metodologica che fa dell'interdisciplinarietà il suo punto di forza, Bloch ha lasciato un grande insegnamento morale, del quale un'altra traccia è nel volumetto Che cosa chiedere alla storia? (Castelvecchi, pagg. 80, euro 9, a cura di Grado Giovanni Merlo e Francesco Mores) che contiene una conferenza pronunciata davanti a un uditorio composto da tecnici ed economisti il 29 gennaio 1937, poche settimane dopo essere stato chiamato a insegnare storia economica alla Sorbona. Agli ascoltatori, tutti «uomini votati all'azione», Bloch disse che le ricerche degli storici, in particolare dell'economia, sarebbero state «utili» se non addirittura «indispensabili» a condizione che si fossero fondate su una conoscenza «disinteressata» del passato. Per lui la storia era stata spesso screditata perché se ne era fatto un uso ideologico chiedendole «quanto essa per definizione non poteva né doveva dare». Troppo spesso si tendeva a pensare il presente «sotto le spoglie del passato» con il ricorso a false analogie: «se qualcuno ci propone del nuovo in luogo dell'antico, cerchiamo di non imitare il cliente naïf cui un antiquario offre e vende, presentandola come se avesse sostenuto l'austero fondoschiena di Luigi XIV una poltrona fabbricata nel Faubourg Saint-Antoine».

La conoscenza del passato, insomma, è essenziale per la comprensione del presente perché il presente non è altro che «la punta estrema di un lungo flusso, in cui ogni ondata dipende, nel suo movimento, sia dalle altre onde vicine che la serrano e la pressano, sia da quelle che da dietro l'hanno spinta in avanti». Ma tale conoscenza, la storia appunto, non può essere né strumentale né piegata a scelte ideologiche. Questa è la grande lezione di Marc Bloch: una lezione, peraltro, presto tradita da molti storici di quella stessa scuola delle Annales e, soprattutto, dai suoi epigoni d'Oltralpe.