La cameriera e l'orfana, «sorelle» in disgrazia nella Francia di provincia

E Dio creò la donna . Per poi buttarla sulla strada. La protagonista del primo film di Roger Vadim con quel titolo, datato 1956, era nientemeno che Brigitte Bardot, e comincia a scarpinare dopo essere uscita dall'orfanotrofio. Invece l'eroina del remake dell'88 con lo stesso titolo, ma in inglese, Rebecca De Mornay, scappa dal riformatorio. Abbandonate e spiantate, le belle maledette sono lontane pronipoti di altre due donne create per finire sulla strada, la Célestine di Octave Mirbeau e la Marie-Claire di Marguerite Audoux.

Le separa un solo decennio e hanno moltissimo in comune, tanto da farcele considerare sorelle nella sventura. La prima, Célestine, nasce nel 1900 dalla penna di Octave Mirbeau, e dà subito scandalo. Le Journal d'une femme de chambre è la sua «casa», lei, che di case è destinata a girarne tante dopo esser stata ospite delle Piccole suore di Pont-Croix. La seconda, Marie-Claire come il titolo del libro di Marguerite Audoux, spunta quale timida margheritina nel lussureggiante giardino delle lettere francesi, e fa anch'essa un inaspettato botto da centomila copie. Un successo promosso dallo stesso Mirbeau, entusiasta dell'autobiografia di madame Audoux, pienamente in linea con la destrutturazione del roman in chiave sociale (oggi possiamo tranquillamente rimuovere la «e» finale...) da lui intrapresa.

Diario di una cameriera e Marie-Claire sono ora riproposti da Elliot, il marchio di Lit Edizioni e, oggi come allora, stanno benissimo insieme. Se volessimo essere sociali (anche senza la «i» finale) potremmo vedere in trasparenza, nelle loro vicende, le stesse (dis)avventure di chissà quante attuali badanti moldave e donne di servizio filippine e ragazze delle pulizie peruviane e baby-sitter egiziane. Ma se lo facessimo sacrificheremmo sull'altare della correttezza il piacere della lettura, sarebbe come scorrere un pezzo di cronaca nera appena appena ben scritto. Invece qui a parlare sono la Storia e la Letteratura. La Storia perché Mirbeau non lesina i riferimenti all'appena conclusosi affare Dreyfus e disegna Joseph, il giardiniere a servizio dai Lanlaire insieme alla torbida Célestine, come un ultrà reazionario che vorrebbe sgozzare tutti gli ebrei alla maniera di polli e maiali. E la Letteratura perché sia il celebrato autore di Il giardino dei supplizi e di I 21 giorni di un nevrastenico , sia la ex «piccola sartina che, ogni tanto, va a giornata in abitazioni borghesi, per guadagnare qualche franco», come lui realisticamente definisce la Audoux, ci regalano quadri di grande valore impressionista che stanno sì nel solco della tradizione francese dei Flaubert e dei Zola, ma con un occhio sono già nella prospettiva del pieno Novecento.

«Per quanto infami siano le canaglie, non lo sono mai quanto le persone oneste», riflette Célestine in uno dei non rari momenti di rivolta repressa. «Immaginavo di essere un giovane albero che il vento poteva scuotere a suo piacimento», ricorda Marie-Claire in un sommesso slancio panico con cui intimamente si riscatta delle tante angherie subite. E se la prima, sui trent'anni, dopo tanto peregrinare e ingoiare bocconi amari, con l'unico conforto del ricordo di un amore strappatole dalla tubercolosi, quello per il giovane Georges, accetta di saltare dall'altra parte della barricata, rilevando con il sulfureo Joseph un caffè a Cherbourg, la seconda, ormai diciottenne, messe da parte le infatuazioni adolescenziali, sale su un treno per Parigi. La città dove era iniziata la discesa agli inferi di quella che per noi è la sua sorella maggiore.