Il «Camillerismo»

Il migliore dei mondi possibili, caro Direttore, coincide con la migliore delle Italie. È quella civile, democratica e senza più Silvio Berlusconi. È dunque il Paese - per dirla con Andrea Camilleri, lo scrittore più amato dall’opinione corrente - senza più «il sedicente politico che racconta le barzellette, canta canzonette, fa le corna nelle fotografie, gioca a cucù con una prima ministra».
Berlusconi, al pari di Camilleri, è il politico che l’opinione corrente ha più a cuore ma è una bella gara tra i due a spartirsi gli applausi perché a differenza del padre di Montalbano, vertice della migliore Italia, l’attuale presidente del Consiglio è il risultato dell’ignavia nazionale, ovvero, la peggiore Italia derivata dalla «berlusconite, un’infezione mortale incurabile, che porterà alla rovina l’Italia tutta». Ho preso a pretesto questa citazione che è il «Pretesto» numero 1 a firma Camilleri. È tratta dal libro che il sublime autore de Il birraio di Preston ha dato in stampa per Chiarelettere: Un inverno italiano. Cronache con rabbia 2008-2009. Si tratta di una raccolta: le conversazioni tra il venerando maestro e un devoto discepolo, Saverio Lodato, pubblicate su l’Unità. Sarà di sicuro un best seller perché, al pari del Grande Comunicatore (Berlusconi secondo definizione dei due), quanto a consenso, anche il somministratore di cabbasisi non scherza. È il giorno dopo giorno secondo la rubrica «Lo chef consiglia». La portata più bella è questa: «Impronte di bambini in salsa rom» ma l’argomento fondamentale è ovviamente Berlusconi perché - si sa - la fissazione è peggio della malattia e il pretesto mi soccorre perché la lettura dell’antologia urge di ulteriore domanda: «Maestro, ma non è che con l’ossessione di Berlusconi, questa infezione mortale incurabile come da sua definizione, si alimenta l’odio, dicasi odio, quello per cui l’unica strada per venirne fuori è una guerra civile per appenderlo infine a testa in giù, il Piccolo Cesare (cosa a lei tanto cara, visto che il paragone più immediato è Benito Mussolini)?».
Capisco che la mia - sebbene fatta da discepolo mai accettato dal maestro quale potrei essere io che di mio, senza appartenenze, sarei anche vicino di scaffale tra i libri Mondadori e siciliano per giunta - è più una preghiera. Capisco che quando una scecco (ciuco) scappa trova sempre un altro scecco, e perciò per tanto che c’è di Berlusconi, tanto ce ne sarà di Camilleri, ma quello che sommessamente vorrei altresì chiedere al maestro è: «Ma non è che in questa benedetta Italia migliore che se la prende con i cattivi c’è solo la morbosità auto consolatoria?». Quella dei conformisti. Io me lo sono letto tutto, questo libro, e tutto il repertorio di banalità è apparecchiato: gli omofobi al seguito di Berlusconi; i cardinali oscurantisti al seguito di Berlusconi; gli americani di Bush, perfino, al seguito di Berlusconi. Ovviamente ci sono i mafiosi: al seguito di Berlusconi. E naturalmente i razzisti: al seguito di Berlusconi. E poi i ladri: al seguito di Berlusconi. Quindi i poliziotti bastonatori di studenti: al seguito di Berlusconi. E infine le puttane: tutte al seguito di Berlusconi che, con leggi fatte pro domo sua, si trascina nel grandguignol la povera patria. Accuratamente imbavagliata. Priva della libertà d’espressione per via dell’asservimento dell’informazione tutta. Tutta al seguito di Berlusconi.
Io che di mio non lo sarei berlusconiano, chissà in quale girone di dannazione potrei precipitare visto che dell’odio, quello che separa gli italiani tra cittadini di serie A e serie B, ho profondo schifo. Io che abito più o meno la disobbedienza della religione civile della democrazia, quando sono a Padova rivendico il diritto di felicitarmi dell’elezione di Flavio Zanonato, sindaco Pd, così come a Torino, con Sergio Chiamparino, sindaco Pd, che lo voterei volentieri a Palazzo Chigi ma anche ad Agira, al mio paese, in Sicilia, dove al governo della Regione c’è Raffaele Lombardo che non è un relitto del clientelismo per come se lo raccontano quelli dell’Italia migliore ma un mulo di durezza e di fatica che giustamente se lo sarebbe preso Camilleri in giunta accanto ai magistrati e a tutti gli extraterrestri dell’inedita stagione di una Palermo autonomista senza folclore.
Che poi, a proposito di folclore: quelle spezie di Sicilia disseminate in cucina dallo Chef, a forza di fissazione scade proprio in caricatura. Ben diversa cosa di quello che, giusto per fare paragoni, faceva Leonardo Sciascia dalle colonne del Corriere della Sera. Sciascia, appunto, era per la letteratura quello che nella cinematografia poteva essere il Burt Lancaster de Il Gattopardo o il Marcello Mastroianni di Divorzio all’italiana. Ma questa camurria dell’antiberlusconismo col riflesso condizionato rischia di attestarsi su un paragone di mezza molatura: Tiberio Murgia, quello di Uora uora arrivau ‘u ferribotte.
Solo l’Italia perfetta, scampata al focolaio dell’infezione detta «berlusconite» è immacolata. Ma il passatempo letterario della militanza fanatizzata, quella dell’odio ciripipì di questi furbi praticoni della banalità, accompagna direttamente alla guerra civile. All’indomani dell’arresto di Luca Bianchini, il romano accusato di stupri consumati in serie, l’Italia moralmente superiore - quella che vive nei blog, su Facebook, in Rete appunto - non ebbe altra formula per superare lo choc dicendo (e ridendo), «Bianchini: Pd di giorno, Pdl di notte».
Al momento dell’arresto, a luglio, si scopriva che il violentatore di donne indifese andava proprio fuori schema: era un dirigente romano del Partito democratico. Un invincibile riflesso condizionato, quel giorno, faceva mostra di meraviglia: in tema di disprezzo delle donne e carne di porco, infatti, cala a pennello il berlusconiano; un po’ come ai tempi di Nonno Libero, ex partigiano e sindacalista, quando per illustrare un pedofilo nella fiction tivù dovevano farlo sedere ai giardinetti. Ma con una copia de il Giornale in mano. Potevano mai dargli un altro tratto identificativo? E l’Italia migliore - ben rappresentata di giorno dal Bianchini che, al contrario, di notte si comportava da Pdl - si degnò di ricevere le condoglianze della grande stampa, quella autorevole, che non poté fare a meno di registrare il comprensibile imbarazzo. Cosa santa e giusta. E chissà che Guerra Santa, al contrario, ne sarebbe scaturita se Bianchini, culturalmente, fosse stato, diciamo così, «politicamente coerente» con l’inclinazione di cui è accusato. Purtroppo, nel libro, la cucina di Camilleri si ferma giusto a maggio del 2009. Altrimenti, chissà che piatto fumante avrebbe servito in tavola, stupri in salsa azzurra?