«Cari umani

Margherita D’Amico, autrice di un libro sul plantigrado «Bruno», racconta tutte le nefandezze subite dai nostri «amici»: morti inutili, torture e lavori fino allo sfinimento

Se il nemico è spietato, di affrontarlo non si parla neanche. Il primo, il solo pensiero di chi se lo trova di fronte è: salvare la pelle. Se si pensa a La pelle dell’orso, e ci pensa Margherita D’Amico, tanto intensamente da intitolarci il suo ultimo libro (Mondadori, pagg. 144, euro 14), la prima domanda - non la sola - che viene in mente è: il nemico qual è? Alla belva, la fiera, l’animale feroce spetterebbe, da cliché, il ruolo del cattivo. Trascurando tutte le simpatiche connotazioni del plantigrado goloso, pigrone, dormiglione dalle goffe zampe pelose. Una zampata ai luoghi comuni, il predatore l’ha data di recente. Per rompere schemi risaputi e uscire allo scoperto con un profilo e un nome.
Si chiamava Jj1 il cucciolo bruno che, nel giugno 2006, risalì dal parco dell’Adamello fino in Germania. E trovò fra i tedeschi, che gli orsi li placcano d’oro e d’argento al festival del cinema e li scelgono emblematicamente a simbolo della capitale (Bär-lin è «la città dell’orso»), i suoi carnefici. Certo, oltre ai luoghi comuni pare che Bruno, così ribattezzato oltre confine, abbia sfondato anche qualche recinto privato, e frugato in un paio di arnie. Delitti forse insufficienti a definirlo spietato. Comunque ci ha lasciato la pelle. Come vede questa storia colei che l’ha presa tanto a cuore?
Signora D’Amico, chi è il nemico, di chi è la colpa, chi fa la parte del cattivo?
«Cattivi e colpevoli sono tutti, tranne la vittima. E non è qui il caso di imputare la responsabilità all’italiano, al tedesco o all’uomo armato tout court. Tutta la situazione era assolutamente folle. Il fatto è che Jj1 era protetto, era nato in libertà e tutelato grazie al sostegno e al cospicuo finanziamento della Comunità europea. Crolla allora, di fronte al progetto - comunitario, si badi, e realizzato con soldi europei - di ripopolamento del parco del Brenta, la tesi che vuole un orso “italiano” invadere il territorio tedesco. Ma al di là del reato che è stato commesso - sul quale pende una denuncia ufficiale alla Comunità europea - il vero controsenso è che non possiamo sopportare nemmeno gli animali che tuteliamo».
Quello del Bruno Jj1 era un caso isolato o un caso eclatante?
«Era uno degli esempi, il più evidente, di come il nostro rapporto con gli animali si sia da tempo guastato alla radice. Ci piacciono, certo. Proiettiamo su di loro le nostre fantasie: dalla tigre nel motore ai cuccioli da cartoon. Vagheggiamo addirittura di ripopolarne il pianeta. Poi finiamo regolarmente per farne un mero uso: alimentare, sperimentale, sportivo, lavorativo. E uno scriteriato consumo, soprattutto simbolico. Ci identifichiamo con gli animali, proiettiamo su di loro i nostri istinti: il cavallo è irrazionalità e impulsività, il cardellino è passione, l’agnello mansuetudine, l’orso chissà. E non siamo affatto in grado di vederli e accettarli per ciò che sono: altri e diversi da noi».
Questione di punti di vista soggettivi o indotti dal nostro sistema di vita? Una bistecca sul piatto non somiglia più tanto a una mucca...
«L’allevamento degli animali per l’alimentazione è un altro caso eclatante. Può essere a ben vedere un altro esempio di crudele controsenso. E non è il mio punto di vista, anche se su questo punto sono davvero integralista. Noi occidentali - ricchi, evoluti, pasciuti - non abbiamo bisogno di mangiare carne in simili quantità. Eppure, dal primo dopoguerra a oggi siamo passati a consumarne dai 18 agli 85 chilogrammi annui pro capite. Un’esagerazione. Per arrivare a queste cifre un pollo è costretto a crescere a forza di estrogeni e antibiotici alla rapidità di 35 giorni di vita. Poi alla bambina nutrita con il suo petto prelibato ecco che spunta precocemente il seno. Le mammelle delle mucche da latte, invece, sono sfinite dalla mungitura: tanto che - esauste - muoiono a 3-4 anni, contro i 40 medi di aspettativa per la loro specie».
E la sperimentazione in laboratorio? Si fa a fin di bene...
«Falso. Non ha che un 12-15 per cento di attendibilità. Per risparmiare la lunga, costosa, delicata, rischiosa sperimentazione umana, le case farmaceutiche lavorano sugli animali. Ma finiscono per fare danni agli uomini. Altro controsenso. Esemplare il caso del talidomide, un calmante per gestanti, che causò la nascita di bambini focomelici, con i piedi a pinna di foca. In cinque anni di sperimentazione sugli animali non si riuscì a capire che quel farmaco causava la malformazione: le cavie di laboratorio erano immuni».
Lo zoo? Neanche da chiedere...
«Superato, inutile, obsoleto, un serraglio ottocentesco. Diseducativo per i bambini che non ci vedono animali ma le loro tristi ombre. Con tutti i bei documentari che si possono guardare oggi!».
Sport e loisir, è vero, sono superflui. Ma l’equitazione ha un’aura tanto nobile...
«D’accordo, il cavallo è un caso a parte. Da sempre, nelle guerre, nei viaggi, nei campi, ultimamente perfino nella terapia degli ammalati, è un compagno formidabile dell’uomo. A maggior ragione non merita di subire quel che subisce a Roma. Parlo dei cavalli che trainano le carrozzelle per i turisti. Sono trottatori di scarto, attaccati a vetture tanto pesanti che neanche un cavallo da tiro, guidati dai vetturini in mezzo al traffico, ricoverati all’ex mattatoio in stalle raccapriccianti e condannati a finire in quello nuovo, sfiniti dopo pochi anni di supplizio. La colpa, lo scriva, è tutta del sindaco. Di Walter Veltroni che adesso si gloria del suo successo e si fa bello in città delle antiche glorie equestri dell’urbe, incapace di dare ai cavalli condizioni di vita tollerabili o ai loro conducenti una auspicata licenza di tassisti».