C'era una volta... la favola Oggi c'è la fisica del tempo

Una volta, quando si raccontavano le favole si andava sul sicuro, fiduciosi del semplice e confortevole sdoppiamento del tempo. C'era (una volta) il tempo della narrazione, il tempo in cui si dipana la favola stessa. E c'era (una volta) il tempo presente, il tempo in cui i bambini stavano buoni buoni, con le orecchie dritte e gli occhi sgranati, pendendo dalle labbra e dai gesti di chi parlava: mamma o papà, nonna o nonno.
Oggi non è più così. Oggi persino uno come Lewis Carroll, con tutto il suo armamentario del Paese delle Meraviglie e con il suo Specchio da smascherare entrandovi (non parliamo poi dei fratelli Grimm o di Hans Christian Andersen o di Charles Perrault) si troverebbe in grosse difficoltà. Perché una volta la favola era semplice archeologia dello spirito: scavava nel sottosuolo con la certezza di trovare sempre qualcosa di buono, fosse una briciola di pane da consegnare alle ansie di Pollicino, o un po' di marzapane per stuzzicare la fame atavica di Hänsel e Gretel, o ancora la coda d'un topo da cui risalire alla follia del pifferaio di Hamelin. Mentre oggi la favola è la parodia di se stessa: si racconta raccontando. Ha compiuto il salto logico che rende superflua la plausibilità, se ne frega di essere credibile perché la scienza, come una strega buona (o cattiva?) le offre una sponda. I bambini, a 1,5 anni sono già touch e si avventurano fra le icone dello smartphone della mamma, come volete che possano mettere fra parentesi... il continuum spaziotemporale? Se non gliel'ha già spiegato la maestra, provvede un papà un po' fumato e bizzarro, Neil Gaiman, in L'esilarante mistero del papà scomparso (Mondadori), dove di misterioso non c'è proprio nulla.
La mamma esce per un impegno e il papà deve procurare il latte per la colazione dei due pargoli. Lo fa a modo suo, dopo aver raccontato una frottola piena di pirati e mongolfiere, vampiri e mostri smucolosi, stegosauri e polizia spaziale. Tutto regge, tutto quadra perché il continuum spaziotemporale, nel c'era oggi, ha preso il posto del sogno archeologico, dei desideri e delle paure infantili, del sonno incombente della ragione che generava le ultime coccole vocali prima di andare a dormire.