Che capolavoro «La pietra» di Mandel'stam

I l racconto più bello di Salamov s'intitola Cherry-Brandy, come la poesia di Osip Mandel'stam. Colti da un incipit fulmineo («Il poeta stava morendo»), entriamo nella morte di Mandel'stam, che capisce, soggiogato dal gelo, dalla fine, che «tutto, l'universo intero era poesia (...) tutta la vita entrava facilmente nei versi e ci si installava comodamente». Salamov, in quell'epoca in cui la Russia uccideva i propri poeti, è stato arrestato la prima volta nel 1929; la seconda durante i poderosi raid del 1936. Tornò al mondo, dalla Siberia, nel 1956. Mandel'stam, arrestato nel 1933, è annientato nel 1938, del suo corpo non si ha traccia.
L'opera che fonda Mandel'stam si chiama La pietra ed è davvero, per un poeta che pensava la poesia come architettura, la pietra d'angolo, quella fondamentale. La raccolta è pubblica nel 1913, cento anni dopo (siamo nell'era glaciale della cultura) arriva integralmente in Italia per il Saggiatore (pagg. 190, euro 14). La traduzione scintillante è merito del poeta Gianfranco Lauretano (dieci anni fa la raccolta più bella, Occorreva che nascessi, per Marietti). Grazie a Lauretano, di Mandel'stam, poeta notissimo per i versi contro Stalin, per cui «ogni morte è una fragola», si coglie il nervo religioso, come nella chiusa, micidiale, della poesia Sul Monte Athos: «Ogni volta in cui amiamo/ nuovamente ci finiamo./ Roviniamo insieme al nome/ l'amore inenarrabile». Lauretano ringrazia quelli che sono venuti prima di lui e non si vergogna di dire che «ho risciacquato i panni nella Moscova». Cioè, dopo aver tradotto vocabolario in mano, è passato «da alcuni amici che sanno il russo meglio di me, che non sono filologo. Un'ottima traduzione deve avvalersi della filologia fin nelle sfumature, ma poi il passo lo deve dare chi ha l'orecchio raffinato dalla poesia».
Come muore un poeta. «Morse il pane coi denti devastato dallo scorbuto, le gengive sanguinavano, i denti ciondolavano, ma lui non provava dolore». Così Salamov racconta la morte del poeta folle di Dio, giunto dove si comprende che «scrivere, pubblicare tutto ciò non è che vanitas vanitatum», perché «il meglio è ciò che non viene annotato, che è stato creato e scompare». Lauretano ci ricorda, invece, che «mentre lo portavano nei campi di concentramento, sui vagoni, diceva Petrarca e Dante a memoria, in italiano, ai prigionieri, per consolarli. Gli interessava la parola come architettura dell'assoluto e dell'amore». Così, nel nucleo dell'orrore, la poesia ci solleva e salva.