Che iella aver Fortuna Quando il mondo funziona al contrario

Artisti, calciatori, contadini: tutti sperimentano il paradosso della dea bendata. Che in fondo ci vede benissimo. Come la sua sorellastra combinaguai...

Molto spesso, si capisce bene l'importanza di un argomento parlando del suo contrario. Per cui, al fine di far capire bene che cosa intendo io per fortuna, comincerò con un esempio piuttosto eclatante del suo contrario. Visto il contesto, e considerato quello che ci apprestiamo ad ascoltare dopo questo incontro, l'esempio è tratto dalla luminosa epoca della musica barocca. Come tutti sappiamo, al giorno d'oggi per dirigere l'orchestra si usa una bacchetta; al tempo del Re Sole, invece, si usava all'uopo un pesante bastone di metallo, con il quale il concertatore dava il tempo agli strumentisti picchiando con vigore su di una pedana di legno. Così era solito fare anche Jean Baptiste Lully, il quale nel corso di una performance musicale in presenza del sovrano si assestò una mazzata tremenda al centro del piede destro; l'ascesso che ne seguì, e la conseguente infezione, portarono Lully al tomba nel giro di poche settimane. Ironia della sorte, la composizione che stava eseguendo al momento di ribadirsi la mazza sul metatarso era un Te Deum di ringraziamento a Nostro Signore per la rinnovata salute del sovrano, che era stato poco bene fino a qualche giorno prima. Si vede che la melodia era valida solo come ringraziamento, e non aveva alcun potere di profilassi.

Tornando seri, credo sia evidente a tutti che la sfortuna di Lully sia riconoscibile come sfiga di prim'ordine, oltre all'essere frutto di cause eccezionali, proprio per il suo repentino esito nefasto. Solitamente, la buona e la cattiva sorte vengono scambiate fra di loro, e noi che le subiamo le classifichiamo solo secondo i loro effetti più immediati. Narra una storia cinese che un giorno, a un contadino fuggì l'unico cavallo che possedeva. Che sfortuna, gli dissero i suoi amici. E lui, serafico: - Sfortuna? Chi lo sa.

Due giorni dopo, il cavallo tornò. E non tornò solo, ma accompagnato da alcuni cavalli selvaggi che aveva incontrato nella sua fuga, e che lo avevano seguito sulla via del ritorno. Che culo, avrebbero voluto dirgli i suoi amici. Ma le parolacce erano proibite, nella Cina della dinastia Han, per cui dissero solo: che fortuna. E il contadino, serafico: - Fortuna? Chi lo sa.

Alcuni giorni dopo, il figlio primogenito del contadino decise di montare uno dei cavalli selvaggi. Il quale, essendo selvaggio, lo disarcionò con violenza, proiettandolo al suolo e rompendogli una gamba. Che sfortuna, commentarono gli amici del contadino. E lui, serafico: - Sfortuna? Chi lo sa.

Pochi giorni dopo, dal paese del contadino passa un emissario dell'imperatore. Tutti i maschi in età da soldato devono partire per la guerra. Tutti, tranne il primogenito del contadino. Che ha una gamba rotta, e come soldato non può servire. Che fortuna, azzardarono i suoi amici. E lui, serafico: - Fortuna...

Ma non finì la frase, perché i suoi amici, esasperati dalla sua saggia impassibilità, lo massacrarono di randellate, dandogli così implicitamente ragione.
La sorte, di per sé, non colpisce in modo inequivocabile. Molto spesso, anzi, lo stesso identico capriccio del destino può rivelarsi positivo o catastrofico per due persone differenti. E, solitamente, l'esito positivo tocca a chi non si accontenta di quello che la sorte gli ha messo davanti, o che si rifiuta di dovervi soggiacere, ma che mette in campo tutte le sue forze, tutta la sua concentrazione e tutto il suo talento - in una parola, tutta la sua energia - per sfruttarlo.

La storia è piena di casi simili, in cui un inaspettato scherzo del destino si rivela scherzo di cui ridere, e non piangere. Per cui, in un periodo in cui si parla di calcio, permettetemi di chiudere questo piccolo intervento parlandovi del più grande dribblatore di tutti i tempi. Se ci sono dubbi su chi sia o chi sia stato il miglior calciatore del mondo, non ci sono invece incertezze nel dover indicare il migliore di tutti quando si parla di dribbling. Bastano due parole: Mané Garrincha.

La particolarità di Garrincha era che faceva notoriamente sempre la stessa cosa: ricevuta palla sulla fascia destra, e puntato l'avversario diretto con la sfera ben attaccata al piede, a un certo punto si fermava, quasi con indolenza; quindi, scattava come un aspide verso destra lasciando la palla dove si trovava per poi convergere nuovamente verso la pelota un microsecondo dopo, lasciando il marcatore a brucare l'erba. La facilità con cui Garrincha eseguiva il giochetto era l'eredità di un problema fisico, simpatico lascito di una poliomelite, ovvero una deformazione della spina dorsale che si rifletteva in due gambe paurosamente asimmetriche: un ginocchio varo, l'altro valgo e soprattutto la destra più lunga di sei centimetri della sinistra, che in spregio al soprannome («passerotto») gli avevano regalato una sinuosità da rettile. Tutta questa conoscenza, da parte degli avversari, si rivelava sul campo puro nozionismo, perché pur sapendo benissimo cosa stava per succedere sia il marcatore che lo spettatore rimanevano invariabilmente sorpresi dalla rapidità dell'azione del passerotto, restando lì come due fessi. Così, grazie alla polio, e applicando al calcio due gambe inutili per portare pesi o per saltare ostacoli, Garrincha divenne uno dei calciatori più famosi del mondo. Questo non basterà ad evitargli guai, debiti, ed alcolismo: così come la sfortuna può essere considerata solo come diversità, e la diversità convertita in vantaggio, allo stesso modo la fortuna è un motore potente, e se non si ha abbastanza energia per controllarla può diventare pericolosa. So che può sembrare una considerazione banale: ma lo è solo perché, purtroppo, molti di noi sanno quanto sia vera...

© Marco Malvaldi 2014