Che rivelazione Teju Cole Un nigeriano a New York oltre il multiculturalismo

«T utti noi vogliamo essere risparmiati (…). È un desiderio comune, e anche stupido: nessuno viene risparmiato». In una riga e mezza, presa da questo bellissimo Città aperta (traduzione di Gioia Guerzoni, Einaudi, pagg. 275, euro 17,50) lo scrittore nigeriano-newyorkese Teju Cole, classe 1975, ci offre una sua personale, intelligente e abbastanza completa teoria della narrazione. Il titolo rinvia immediatamente alla forma stessa del libro, che si presenta come una sorta di peregrinazione di un uomo dentro la sua città adottiva, che è però una città speciale, dove per una congiuntura particolare (io stesso ho definito altrove New York «città preistorica») le biografie si congiungono, gli antenati si incontrano, gli antecedenti si rivelano.
Città aperta non è esattamente il libro di un flâneur. Della flânerie gli manca (per fortuna) quel carattere di perpetua provvisorietà, di stretta identificazione tra vita e letteratura, che è il bello e anche il brutto di questo genere: un genere che si può amare solo se si ama il tipo umano che lo incarna. Qui siamo, piuttosto, di fronte a un autentico romanzo, anabasi, inland voyage (non journey né trip, dunque), qualcosa di lungo e definitivo, che assume ai nostri occhi la forma della passeggiata cittadina ma che in realtà è molto di più. Lo zainetto immaginario che continuo a vedere sulle spalle di Cole o del suo avatar Julius, tedesco-nigeriano impegnato con la fine degli studi di psichiatria, è leggero, dentro c'è la vita di un giovane di buon carattere, fedele alle amicizie, pieno di buoni sentimenti, nulla di molto avventuroso. Julius non appare mai ansioso, New York è piena di indirizzi utili, sotto le spoglie del suo caos c'è un ordine misterioso, cosmico, ed è forse per questo che tutti ci vanno.
Impossibile riassumere questo libro, che è a suo modo una straordinaria guida di New York, tanto spirituale (e spiritica) quanto topografica, come se davvero in un modo o nell'altro nell'incrocio ossessivo delle sue streets e delle sue avenues si fosse depositata, qua e là, l'intensa storia del mondo. È questa storia che, con leggerezza, Cole/Julius raccoglie nel suo libro. L'aspetto più sorprendente del libro è che, leggendolo, non si avverte il colore della pelle del suo autore. Mi spiego: le vicende storiche ed etniche sono ben presenti nel libro, l'identità culturale viene raccontata e sempre cercata, ma senza mai farne l'oggetto di una differenziazione culturale, di un processo di inclusione/esclusione. Le leggende popolari nigeriane, il rapporto con gli avi, i miti della creazione e così via, che fanno la loro comparsa in più punti del libro, ci vengono presentati dallo scrittore come qualcosa che in fondo riguarda tutti, nigeriani o no: una proprietà comune, universale. Città aperta è secondo me un libro molto importante, che potrebbe rappresentare - c'è da augurarselo - la fine di una lunga catena di ipocrisie che vanno dalla négritude a parole come multiculturalismo, dove la parola «cultura» spesso viene usata semplicemente al posto di «razza» e funziona come presupposto, al massimo, di una letteratura rivendicativa.
Il libro è pieno di pagine di grande bellezza, come quella finale, dove la densità delle origini dello scrittore si confonde con le origini di tutti, e lo sguardo si innalza da New York all'invisibile cielo che la sovrasta: un cielo senza tempo, che ci racconta altre storie e obbedisce a leggi che noi non conosciamo e forse non conosceremo mai.