La Chiesa scopre un Papa in più

Rivelazioni storiche: Ignazio di Antiochia, il Papa che non c'era. Vescovo fino al 107, scriveva encicliche e per primo usò l’espressione &quot;Chiesa cattolica&quot;. Portato a Roma, fu martirizzato. <strong><a href="/a.pic1?ID=298952">Vian: &quot;Fu il primo episcopato monarchico&quot;
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Fino a oggi l’elenco ufficiale dei Papi – da Pietro a Benedetto XVI – contiene 265 pontificati. Ora, a sorpresa, potrebbe aggiungersene un altro: sant’Ignazio di Antiochia, che L’Osservatore Romano di ieri ipotizza in un documentato e affascinante articolo della studiosa Barbara Frale possa essere stato «un Papa in incognito». Un Papa sfuggito agli elenchi ufficiali redatti in epoca posteriore, che avrebbe retto le sorti della Chiesa soltanto per pochi mesi, agli albori del secondo secolo dell’era cristiana.

Ignazio da giovane, negli anni compresi tra il 40 e il 50, aveva conosciuto l’apostolo Pietro, che era stato accolto ad Antiochia di Siria (oggi in Turchia) dopo le prime persecuzioni di Erode Antipa. Proprio qui i seguaci di Gesù cominciarono a essere definiti «cristiani». Prima di andarsene, Pietro aveva scelto Ignazio come nuovo capo della Chiesa di Antiochia.
Nel 107 l’imperatore Traiano condanna a morte l’ormai anziano vescovo, ordinando che sia sbranato dalle belve, a Roma. Alla fine dell’estate di quell’anno, Ignazio arriva nella capitale dell’impero dopo un lungo viaggio, scortato da dieci guardie, incaricate di sorvegliare e impedire la fuga di un uomo vecchissimo, che aveva quasi ottant’anni in un’epoca nella quale la vecchiaia cominciava a sessanta. «Legato a questi soldati che egli chiama “leopardi” – scrive Barbara Frale – Ignazio parte da Antiochia e arriva a Smirne, dove riceve il vescovo Policarpo: qui scrive tre lettere pastorali dirette rispettivamente alle Chiese delle città di Efeso». Poi scrive ai cristiani di Roma, dove alcuni cristiani influenti vogliono cercare di salvargli la vita. Però Ignazio li frena: non è il caso di esporsi a rischi gravissimi per evitare la morte di un uomo molto vecchio, destinato comunque a morire in breve; inoltre crede che il suo martirio «gli darà occasione di consolidare con il suo gesto la comunità dei cristiani che vive un momento di confusione».

Arrivato a Roma, viene dunque sottoposto all’atroce supplizio il 17 ottobre. «Il contenuto della vicenda, che gli autori antichi non hanno mai messo in discussione, sotto il profilo storico – osserva la studiosa – è quanto mai eccezionale. Innanzitutto non si capisce come mai l’imperatore Traiano, sotto il regno del quale ci fu un’ondata violentissima di persecuzioni contro i cristiani, si dette la pena di inviare fino alla remota Antiochia di Siria un drappello di soldati al puro scopo di scortare fino a Roma questo vecchio, che poteva benissimo essere giustiziato laggiù».
La storia di Ignazio deportato a Roma rappresenta infatti un caso più unico che raro nella storia del cristianesimo antico. Perché dunque un numero così alto di soldati, che appartenevano alla potentissima guardia personale dell’imperatore, e un viaggio così lungo? «Decisamente Ignazio non era un uomo qualunque – si legge nell’articolo del giornale vaticano – bensì un sorvegliato speciale»: il che spiega bene l’eccezionalità assoluta del suo caso. «Forse questo strano viaggio verso il martirio possedeva un volto istituzionale che dobbiamo riscoprire completamente». Il contenuto delle lettere di Ignazio presenta infatti aspetti che sembrano confermare questo sospetto.

Il vecchio vescovo riceve delegazioni delle Chiese locali che sono venute per onorarlo e avere istruzioni da lui. Nomina vescovi, scrive encicliche: nella lettera a Policarpo dice che aveva intenzione di scrivere a tutte le Chiese ma non ha fatto in tempo perché i soldati l’hanno costretto a imbarcarsi all’improvviso. Mostra di avere preoccupazioni che trascendono i compiti e le responsabilità di un semplice vescovo locale. Si rivolge a una comunità di fedeli che chiama Chiesa cattolica, cioè «universale», ed è il primo a usare questa denominazione. Esorta tutti a mantenersi uniti e obbedienti nella fede, anticipa con alcune espressioni gli sviluppi della teologia: «Insomma, quest’uomo si comporta proprio come se fosse un Papa (diremmo oggi)».
La successione apostolica avveniva nei primi tempi in maniera diretta, per scelta personale: Pietro aveva nominato Lino come suo successore, e Lino pare nominasse Cleto (o Anacleto). Poi è la volta di Clemente Romano, il quale muore nell’anno 97, esiliato in Oriente. Gli succede Evaristo, sul quale sappiamo poco: secondo Eusebio di Cesarea il suo pontificato si colloca tra il 99 e il 108. Ma secondo il Liber Pontificalis, l’elenco redatto nel VI secolo, il pontificato di Evaristo sarebbe durato nove anni, dunque dal 97 (morte di Clemente) al 106. Possibile che il suo successore sia stato Ignazio d’Antiochia e che questa designazione sia sfuggita a quanti, secoli dopo, compileranno l’elenco dei Papi?

Secondo la studiosa, sì. Sulla fine di Evaristo non si sa nulla, sarebbe sparito senza avere il tempo di nominare un successore. La Chiesa di Roma si sarebbe trovata in difficoltà, la successione apostolica rischiava d’essere interrotta. «Per evitarlo non c’era che un modo, cioè ricorrere a un uomo che fosse stato scelto da Pietro in persona: così la continuità si manteneva inalterata». La scelta obbligata sarebbe ricaduta su Ignazio, l’ultimo vescovo ancora vivo ad aver ricevuto la consacrazione direttamente da Pietro. Un «Papa in incognito», che avrebbe usato il nome in codice di Teoforo («portatore di Dio») per mantenere segreta la sua identità e il suo ruolo. Non sarebbe però sfuggito all’imperatore, il quale lo manda a prendere e lo uccide per decapitare quella nuova «setta» dei cristiani.