il commento 2 La Cultura? Esiste (eccome) anche senza libertà

di Luigi Mascheroni

Ieri su Repubblica spiccava un lungo pezzo di Gustavo Zagrebelsky, anticipazione della sua relazione al grande convegno torinese delle «Città del Libro». Giurista insigne, prima firma del quotidiano di Carlo De Benedetti e da alcuni segnalato come prossimo Capo dello Stato, Zagrebelsky affronta, come da titolo, il tema: «La nostra Repubblica fondata sulla Cultura». Che è una cosa verissima, oltre che meravigliosa; come verissimo è il richiamo (è un ex giudice) all'art. 33 della Costituzione: «L'arte e la scienza sono libere». Un po' meno vero, però, è ciò che Zagrebelsky fa derivare da questo articolo, e cioè la prescrizione che «la cultura deve essere libera», e che «l'attività intellettuale non libera, cioè asservita a interessi d'altra natura, non è arte né scienza». Un'asserzione, ci sembra, per lo meno avventata. Che la cultura sia libera è un'eterna speranza, e un auspicio; ma la Storia insegna che anche senza libertà la cultura ha prodotto capolavori, e non solo da parte dei «dissidenti», ma anche di artisti, intellettuali o scienziati - come dire? - di Stato, di regime, al soldo di una Superpotenza, di un'ideologia o di una multinazionale (dall'invenzione di Arpanet, cioè Internet, alla maggior parte dei farmaci e dei vaccini). Sulla Luna ci siamo arrivati non perché la scienza fosse libera. Anzi. Ma perché pagata da due superpotenze, Usa e Urss. Del resto lo stesso Zagrebelsky (per parare la facile obiezione di chi potrebbe citare gli affreschi di Michelangelo commissionati da Giulio II o l'Eneide scritta per celebrare la Roma di Augusto) è costretto a una curiosa «separazione» dell'opera d'arte in due componenti: l'opera come esecuzione del volere del committente (e questa parte non è arte) e l'opera come realizzazione della libera creazione dell'autore (e questa è arte). Ma, se esiste il genio e il talento, anche dove si esegue il volere del committente si hanno opere d'arte e capolavori: da uno dei quadri più importanti della storia dell'arte, Las Meninas di Velázquez (che ritrae - senza mostrarli - il re e la regina che pagano il quadro) all'architettura fascista; dalla Camera degli sposi di Mantegna alla pittura del «realismo socialista». Fino alla torre del New York Times di Renzo Piano e i capolavori delle varie archistar del pianeta: tutti chiamati da qualcuno che fornisce loro soldi (di solito molti) e vincoli (di soliti pochi). Dentro questi «limiti», l'intellettuale crea la propria opera. Si chiama arte. Che sia libera o meno.