il commento 2 La politica liberale non «occupa» la cultura

di Fabio Grassi Orsini
In riferimento al dibattito che si è avuto nei giorni scorsi sulle pagine del Giornale, sulla esistenza di una cultura liberale e sul rapporto politica-cultura, per quanto riguarda la vitalità della cultura liberale ha risposto con puntualità Alessandro Gnocchi. Ma forse più che di un inventario che lascia inevitabilmente fuori anche qualche espressione meno nota anche se non meno significativa, il problema sta nella difficoltà di definire i contenuti delle opere prodotte da chi dichiara la sua appartenenza o viene considerato come appartenente ad una cultura liberale. A me pare che sia più importante stabilire cosa debba essere per i liberali il rapporto tra cultura e politica e questo vale per i liberali, per la destra ed anche per coloro che si dicono liberali e militano nella sinistra. Su questo si può tentare di stabilire un confine tra cultura di destra e di sinistra, ma anche tra destra liberale e cultura che pur facendo riferimento politicamente alla destra non è necessariamente liberale. Il problema non sta nel giudicare i contenuti delle opere prodotte dai cosiddetti «intellettuali di area», che assomiglia molto alla tanto deprecata categoria degli «intellettuali organici». La questione sta nel valutare se in un Paese esista o meno un grado sufficiente di libertà di cultura e se chi fa cultura fa una distinzione tra impegno culturale e militanza politica, se cioè la cultura è uno strumento di lotta politica, una continuazione della lotta politica con altri mezzi o un metodo di ricerca della verità attraverso la confutazione di un'idea che si è ritenuto essere la verità. Questo Paese è profondamente illiberale proprio perché la cultura per molti anni si riduceva alla politica culturale dei partiti. Ora che i partiti sono morti di ideologia e hanno perso la loro identità, mentre i nuovi non hanno saputo trovarla perché non poteva esistere senza una tradizione cui riferirsi, impegnandosi nella ricerca di impossibili sintesi tra culture tra di loro difficilmente conciliabili, forse è il momento, come in altri campi, di cominciare a pensare ad adottare semplici regole liberali più o meno esistenti negli altri Paesi democratici. La prima di queste regole credo sia che i partiti rinuncino all'occupazione delle istituzioni culturali e dei mass media, permettendo che a guidarle siano i più meritevoli o almeno che ci siano meccanismi trasparenti di selezione, rinunciando a mantenere vecchi monopoli, lottizzazioni e spoil system e considerare che la lotta politica debba essere una lotta di idee e di programmi su cui costruire un consenso, non una guerra tra opposte falangi ideologiche. La cultura non ha bisogno, per vivere, dei partiti, né delle sovvenzioni dei poteri forti ed anche dello Stato se finalizzati agli interessi politici: ha bisogno che le istituzioni, dall'Università, alla scuola, alle fondazioni culturali di prestigio nazionale, agli enti di ricerca, alla stampa ai mass media, funzionino ognuno nel loro campo e garantiscano il libero confronto delle idee senza accreditare l'idea che la verità e la ragione siano da una parte sola. Questa è una ricetta liberale difficile, forse impossibile da applicare, ma senza la quale lo scontro non può che sfociare nella violenza, che è figlia di una cultura partigiana.