"Compagni, tutti in posa". Ecco il catalogo della Ddr

Contadini, operai, coppiette, bambini: negli scatti dei fotografi di regime il socialismo (reale) dal volto umano degli anni '60 e '70. Quando anche la felicità era un dovere

da Berlino

Andare dal parrucchiere o dal dentista durate la pausa pranzo. O farsi visitare dal medico prima di iniziare la giornata di lavoro, per concluderla con la spesa allo spaccio aziendale. Quante lavoratrici sono messe in condizione di risparmiare tanto tempo e di usufruire di tanti servizi dal proprio datore di lavoro? Nessuna. Eppure una volta tutto ciò era possibile. Almeno sulla carta. Per accedere a queste comodità insperate bisognava avere la fortuna di essere cittadine dell'ex Germania Est, assunte per esempio dalla Mikroelektronik di Erfurt, una grande azienda della rete delle «imprese di proprietà popolare» (Volkseigener Betrieb). Il museo di storia tedesca di Berlino ha appena inaugurato «Farbe für die Republik», una carrellata di foto a colori su carta Kodak che illustrano la vita quotidiana nell'ex Ddr secondo il modello imposto dal regime: felicità e progresso obbligatori per tutti. In centinaia di pose scattate dai fotoreporter Martin Schmidt (classe 1925) e Kurt Schwarzer (1927-2012), l'ex Ddr fa bella mostra di sé dispensando sorrisi e frutta esotica al pari di un catalogo d'agenzia di viaggi. Sobria e ben costruita, la mostra del Deutsches Historisches Museum (fino al 31 agosto) svela con leggerezza il pesante contenuto propagandistico delle foto scattate fra il 1960 e il 1980: le immagini sono disposte all'altezza del visitatore, ma dal pavimento sbucano pannelli con interviste a storici ed esperti di comunicazione che in poche righe smontano il lavoro dei fotografi di regime. Le contadine del 1962 in pantaloni e scarpe basse indicano per esempio che il lavoro in campagna è moderno (niente gonna) e pulito (niente stivali di gomma). Una pubblicità necessaria in un Paese che aveva appena finito di sigillare i confini, portando a compimento anche il Muro di Berlino.

Arrestata l'emorragia di lavoratori, compresi i contadini in fuga dalla collettivizzazione forzata delle campagne, era il momento di trovare nuova manodopera. Ecco allora spiegata la foto della bella ragazza che guida il trattore con addosso un'immacolata camicetta a righe: il lavoro nei campi non è pesante e si può compiere con il sorriso sulle labbra. Lo stesso vale per i kombinat ad alto valore aggiunto che cercano ingegneri reclamizzando i propri laboratori nuovi di zecca: tramite le propaganda sulle riviste di regime, soprattutto quelle femminili come Für Dich (Per te) e Lernen und Handeln (Imparare e Fare), la Germania socialista cerca di rimediare alla fuga di braccia e di cervelli. Ciò che più colpisce nella mostra è ciò che non si vede: macchinari rotti o obsoleti, carenza di materiali, luoghi di lavoro desolati. Al contrario, tutto è nuovissimo e colorato; ed è mostrato con abbondanza di sorrisi. Sorridono i soffiatori di vetro la cui tradizione centenaria è diventata lavoro di Stato, sorridono i contadini in pausa pranzo mentre mangiano il dessert sulla terrazza del kolkoz. Solo gli anziani non ridono a comando, soprattutto quelli che venivano spediti a vivere in pensionati collettivi di periferia, casermoni disumani tanto moderni quanto orrendi. Sorridono invece i bambini colti a fare merenda sotto a un busto di Lenin, e sorridono le compagne socialiste immortalate in due pezzi sul Mare del Nord. Attenzione, segnalano i curatori, non sono donne-oggetto in attesa di un uomo, ma lavoratrici emancipate che esprimono la loro felicità. Tanto è palese la gioia dei cittadini della Ddr che a volte i pannelli didascalici diventano superflui. Soprattutto quando si scade nel grottesco con trionfi a tavola di arance e banane, merce rarissima nel socialismo reale tedesco, o con coppie di innamorati: lei sorseggia un drink davanti a un ananas mentre lui griglia il pesce in giacca e cravatta. Anche dal soffitto della mostra pendono indicazioni per il pubblico: sono citazioni del vecchio regime Ddr. Una su tutte: «Il fotogiornalista è un lavoratore socialista che opera nell'interesse dell'internazionalismo proletario». Un'indicazione interiorizzata da Martin Schmidt al punto che nel 1966 accettò di fare la spia all'Ovest. Il che gli permise, segnalano i curatori, «di rivedere la madre e il fratello».