Coraggio e rispetto Quando la vita è un duello infinito

Un brano del nuovo libro di Michael Chabon: nell'Asia del 950 dC va in scena la sfida tra il Franco e l'africano

Sotto la luna piena del mese di mehr, al sibilo delle torce, l'africano e il Franco giravano in cerchio sulla terra battuta. Il Franco faceva piroette e sforbiciate sulle gambe da insetto stecco, con la lancetta del punteruolo che indicava il cuore dell'africano, gettando ogni tanto un'occhiata ai bei stivali neri che intessevano una rotta nell'arcipelago di cacate di cavallo e cammello. L'africano impiegava una curiosa andatura circolare da granchio sgambettante, con le ginocchia piegate, gli occhi fissi sul Franco, l'ascia tenuta lenta nel pugno sinistro. La maniera goffa, quasi affettuosa con cui si apprestavano a trucidarsi l'un l'altro commosse il vecchio mahout, che aveva addestrato a uccidere un migliaio di elefanti da guerra, e dunque riconosceva il carattere professionale dell'interesse che i due combattenti avevano per la lotta. Ma gli altri viaggiatori accalcati sotto le gronde e le arcate del cortile, che nulla sapevano dell'intimità del massacro, si spazientivano. Deridevano i combattenti, incitandoli a muoversi per poter finire ciascuno la propria cena e andarsene a letto. La notizia del duello aveva raggiunto il villaggio ai piedi della collina, e l'entrata della locanda brulicava di donne, bambini e di uomini smilzi dal volto triste e dagli eroici mustacchi. Alcuni ragazzi si arrampicarono sul tetto della locanda, agitando i pugni e lanciando fischi, mentre il Franco e l'africano sgombravano la mente dagli ultimi rimpianti.

Poi l'ascia, ronzando, parve trascinare l'africano verso il ventre del Franco. La lama colse la luce delle torce e tracciò una runa arcuata di fiamma nella penombra. Lo spaventapasseri Franco schivò, osservò e si tuffò quando l'ascia venne a cercargli la testa. Si gettò su una spalla, rotolò a terra con una destrezza sorprendente per le sue quattro ossa e risaltò in piedi dietro l'africano, dandogli un calcio nelle natiche con una tale aria di solennità fanciullesca che gli spettatori scoppiarono di nuovo a ridere.

Era una gara fra resistenza e agilità, e chi aveva puntato sulla prima dapprincipio fu sicuro del proprio favorito e della sua ascia variaga, ma l'africano, incollerito, si faceva sempre più rozzo e scriteriato nel suo gioco di ascia. Mandò in cocci un'enorme giara piena di acqua piovana, infradiciando una dozzina di viaggiatori sdegnati. Frantumò i raggi delle ruote di un carro di fieno, e mentre il Franco danzava solenne, rotolava e tirava affondi col suo punteruolo fino, l'ascia mordeva pietroni all'impazzata, spargendo manciate di scintille.

Le torce tremolavano, e la tinta sanguigna sbiadiva dalla luna che sorgeva nel cielo notturno. Un ragazzo che osservava la rissa dal tetto si sporse troppo, ruzzolò e si ruppe un braccio. Fu portato del vino, mescolato con acqua pura del pozzo e offerto in coppe ai duellanti, che si aggiravano per il cortile vacillando, ricoperti di tagli sanguinanti.

Poi, gettando via le coppe di vino, si fronteggiarono. L'attento mahout notò negli occhi del gigante africano un bagliore che non era quello delle torce. Ancora una volta l'ascia trainò l'africano come un destriero che trascina per i talloni un cavaliere morto. Il Franco barcollò all'indietro, e quando l'africano gli passò accanto gli piantò nell'inguine la punta squadrata dello stivale sinistro. Tutti gli uomini nel cortile fremettero d'involontaria compassione mentre l'africano si accasciava in silenzio sul ventre. Il Franco gli infilò nel fianco la sua ridicola spada e la trasse fuori. L'africano si contorse per qualche istante e poi giacque immobile, mentre il sangue scuro – ma non nero, si accertò qualcuno – imbrattava la terra.

Lo stalliere fece segno a un paio di garzoni, che trascinarono a fatica il gigante morto fino a una stalla in disuso oltre le mura del caravanserraglio, e gli gettarono addosso una vecchia pelle di cammello.

Il Franco si rassettò i polsini e i calzabrache e rientrò nel caravanserraglio, rifiutando le congratulazioni o i motteggi benevoli di chi aveva perso la scommessa. Rifiutò anche di farsi una bevuta, e in realtà pareva colto da una malinconia successiva al duello o forse, semplicemente, la sua naturale inclinazione alla tetraggine nordica stava tornando a regnare sul suo cuore e sul suo volto. Ciancicò lo stufato e prese congedo. Scese giù fino al ruscello dietro al caravanserraglio per lavarsi le mani e il viso, poi s'infilò nella stalla fatiscente, levandosi il cappello rovinato come in omaggio al valore del suo avversario.