Il corpo è mio e lo gestisco io (non lo Stato)

N egli anni '30 del Novecento, Aldous Huxley profetizzò in un fortunato romanzo distopico «il mondo nuovo», dominato dall'eugenetica totalitaria. Ed è proprio con un richiamo ad Huxley che Vittorio Possenti apre il saggio La rivoluzione biopolitica (Lindau, pagg. 219, euro 23), per metterci in guardia contro «la fatale alleanza tra materialismo e tecnica». Possenti parla con cognizione di causa: è membro del Comitato Nazionale per la Bioetica ed ha già scritto diversi testi sull'argomento. Se «la storia precipita a valanga» e tutto ciò che pare possibile tecnicamente diventa lecito ed obbligatorio, Possenti ci ricorda che «la tecnica è un progetto umano» e «non un destino che provenga da fuori». L'uomo è chiamato a dominarla, non ad accettarla passivamente.
Uno «pseudoumanesimo libertario», anche pseudolibertario aggiungeremmo noi, dato che si tratta di una libertà condizionata dalla tecnica e non conquistata in tutta coscienza, pone il materialismo come unico orizzonte. Siamo solo corpi, sudditi di una «somatocrazia», di una tirannia della nostra dimensione fisica. Abbiamo deciso, senza meditare troppo in merito, di non essere anche anima, meno che mai spirito. Colpa della marginalizzazione della religione alla sfera del privato, del pregiudizio laicista che niente si possa imparare dalla riflessione metafisica che andrebbe relegata nell'alto dei cieli o ben chiusa nella coscienza dell'uomo. Ma anche colpa, forse ancor più grande, delle istituzioni religiose, dell'affievolirsi «del fermento ispirante ed elevante del cristianesimo». Perché l'abbattimento della frontiera fra uomo e animale, nell'ideologia postmoderna e nei laboratori che producono ibridi e chimere giostrando i codici genetici, dovrebbe stimolare repliche convincenti, non basate sui soli dogmi di fede, non degenerate a duello fra fideismi di credenti ed atei. La posta in gioco non è infatti il destino della Chiesa o dell'etica cattolica, ma l'idea dell'umano tramandataci anche dalla tradizione classica, da Platone ed Aristotele. Se il postumano, il transumano, lo sfrenato impulso prometeico pretendono di superare le colonne d'Ercole della nostra costituzione, è urgente ribadire che «la vita non è un epifenomeno» dell'industria medica, della politica o dello Stato «ma anteriore a essi». Il fatto che molti lo abbiano dimenticato segnala la crisi del progetto illuminista, la vittoria di Pirro della ragione sopraffatta dai suoi risultati. Solo il ritorno ad una vera filosofia, vero amore del sapere, ad una rinnovata sapienza e rinnovato amore per l'umano, possono dire la loro su questioni gravi come i diritti dell'embrioni, le unioni omosessuali, la fecondazione artificiale eterologa, il diritto o meno all'eutanasia. Tutti aspetti sviscerati da Possenti con acume e senza dogmatismi o sventolio di bandiaere (ad esempio, critica il ddl Calabrò perché è «importante che lo Stato non diventi monopolista etico» e perché «l'assunto che la propria vita sia per il soggetto completamente indisponibile sembra infondato»). Se poi i laicisti non vogliono più sentir parlare dell'uomo come lo vedeva Pico della Mirandola, ovvero microcosmo del macrocosmo divino e non solo aggregato d'atomi, almeno tengano presente che «non è la vita ad essere indisponibile, ma la persona ad essere inviolabile».