Così anche l'arte è decollata verso l'astro d'argento

Sin dalla preistoria il nostro satellite ha ispirato la pittura. E nel '900, poi... Da Marinetti a Fontana fino alla Pop Art

C'è un preciso punto di arrivo. Una data. Un'ora. La notte tra il 20 e il 21 luglio 1969, poco dopo le 2 italiane, la missione americana Apollo 11 porta i primi uomini, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, a toccare il suolo lunare, mentre il terzo dell'equipaggio, Michael Collins, rimane ad attenderli sul modulo di comando. L'11 dicembre 1972 con Apollo 17, dopo sei allunaggi, si concludono le nostre visite sull'astro d'argento. Quel che c'era da vedere si è visto, quel che c'era da fare s'è fatto. Durante il viaggio d'andata l'astronauta Harrison Schmitt scatta The Blue Marble, la più incredibile fotografia della Terra da una distanza di circa 50mila chilometri.

Molto più incerto, invece, il punto di partenza. Anzi, è impossibile stabilire da quale momento l'uomo abbia alzato gli occhi al cielo in direzione della Luna per cercare dei significati e sognare il viaggio fin lassù. La Luna è raffigurata già dall'arte antica, nei secoli ante Cristo, raccontata da poeti e scrittori, suonata da musicisti e subito parte del linguaggio popolare con significati spesso molto diversi a seconda del contesto e della latitudine (...).

Alle soglie della modernità, ai principi del XIX secolo, l'uomo sembra avere uno sguardo diverso nei confronti della Luna, segnale inequivocabile di quel cambiamento che si sintetizza nel Romanticismo. È una figura debole, incerta, innamorata, che cerca riparo dalle delusioni sentimentali nella guerra, la morte felice di un giovane che si sente vecchio appena passati i vent'anni, come Giacomo Leopardi nel 1819 (due secoli fa) quando ritorna sulla cima del monte Tabor sopra Recanati a invocare la «graziosa luna» che «venia pien d'angoscia a rimirarti», lei che invece è sempre uguale a sé stessa e invece siamo noi a cambiare. Di chiari di luna (espressione usata anche nella cultura popolare con ben altro significato, a indicare un periodo economicamente difficile, la cui origine non è chiara, qualcuno lo lega alla pesca scarsa durante la Luna piena), paesaggi notturni malinconici, cose e persone che assumono contorni diversi quasi ritagliati nel buio è ricca la cultura ottocentesca, complice lo sviluppo e la diffusione della pittura di genere finalmente desacralizzata. Il secolo XX comincia con ben altre urgenze, perché se la pittura figurativa è superata i linguaggi e gli strumenti tradizionali vanno messi in soffitta, è giunto anche il tempo di dire basta a inutili romanticherie e stucchevoli melensaggini. «Uccidiamo il chiaro di luna!» intima Filippo Tommaso Marinetti nell'aprile 1909, secondo Manifesto futurista, lo stesso in cui scrive che «la guerra è la nostra unica speranza, la nostra ragione di vivere, la nostra sola volontà!» (Marinetti era uno straordinario titolista che farebbe ancora oggi la felicità degli editori, indipendentemente dal contenuto dell'articolo).

Per tutto il '900, dunque, si possono rintracciare evocazioni della Luna e dello spazio in diversi momenti dell'arte. Il Surrealismo ama la Luna, Lucio Fontana costruisce buona parte del lavoro sul Concetto spaziale, come a dire che mentre russi e americani girano attorno all'orbita terrestre, la pittura ha bisogno di guardare oltre, di contemplare spazi altri che superino la bidimensione. Fontana muore nel settembre 1968, e dunque non fa in tempo ad assistere all'allunaggio, a differenza di Giulio Turcato che inizia il ciclo delle Superfici lunari nel 1964, lo presenta alla Biennale di Venezia due anni dopo. «Sono gli anni della corsa alla Luna scrive Luca Massimo Barbero nei quali la realtà fisica dell'Universo si fa finalmente tangibile ed esperibile, e Turcato traduce lo stupore di questo disvelarsi dell'ignoto in una sorta di geologia del futuro». Le sue superfici morbide, in gommapiuma, paiono anticipare quel camminamento, la passeggiata in sospensione dei Moonwalkers.

Il momento chiave, lo evidenzia Stefano Catucci nel bellissimo saggio Imparare dalla Luna (Quodlibet, 2013), è da situarsi nell'era della Pop Art, che proprio sul finire degli anni Sessanta è diffusa a macchia d'olio su tutta la terra, non solo nei Paesi di lingua inglese. Però la Pop è americana per eccellenza, questo è indubitabile, e sulla Luna ci sono andati solo loro, gli americani. Tra gli episodi più interessanti che la storia ci lascia in eredità è quello di The Moon Museum, «una barretta di ceramica placcata in iridio di forma rettangolare che ha dimensioni paragonabili a quelle di un microchip, 1,9×1,2 cm, con uno spessore di 0,5 cm circa». Poiché l'uomo ha desiderio di lasciare manufatti che provino la sua spiccata creatività l'equipaggio di Apollo 15 «ha posato sulla Luna un piccolo monumento commemorativo, The Fallen Astronaut, statuetta d'alluminio alta 8,5 cm opera del belga Paul van Hoeydonck, accanto alla quale è stata collocata una targa che riporta i nomi di tutti i colleghi americani e sovietici scomparsi nel corso dell'avventura spaziale» alla base dell'idea di The Moon Museum, ideata da Forrest Myers, che collaborava con AT&T, è da sottolineare l'ennesima dimostrazione di potenza dell'arte americana che, in assoluta coincidenza con i tempi della Guerra fredda, aveva avuto definitivamente ragione sulla vecchia Europa. Myers «invita» a intervenire sulla tavoletta di The Moon Museum alcuni protagonisti della Pop Art Andy Warhol che disegna un pene, Robert Rauschenberg, David Novros, John Chamberlain, Claes Oldenburg. È stata riprodotta in venti esemplari, periodicamente esposta, a testimoniare così che anche sulla Luna il primo museo è di arte americana, accanto alla bandiera a stelle e strisce (al suo ready-made ci aveva già pensato Jasper Johns). (...)

Comunque sia, l'uomo si è sentito in dovere di lasciare qualcosa di suo sulla Luna, anche quintali di rifiuti e ferraglie, tanto per non smentirsi, fotografie di famiglia e persino di sconosciuti, piccoli oggetti personali, le impronte dei piedi e le tracce dei veicoli quasi fossero interventi di Land Art.