Così Fosco Maraini si innamorò degli ultimi pagani

da Firenze

Bambino nella campagna toscana, Fosco Maraini è legatissimo a un contadino, Martino, mezzadro dei suoi genitori. È il 1921, c’è un clima politico acceso. Una domenica mattina appare un corteo di bandiere rosse lungo i campi e il piccolo chiede al grande: «Cos’è? Cosa fanno? Cosa vogliono?». Per lui Martino è come un dio, sa fare tutto, innestare alberi, arare, seminare, raccogliere; conosce tutto, le stagioni, gli animali, il tempo, la luna. L’altro lì per lì non parla, perso dietro quella folla e quelle grida. Poi si decide: «È il futuro. Tra poco vi si ammazza tutti e si diventa noi i padroni».
Vent’anni dopo Maraini è in Giappone, ha una borsa di studio, fa ricerche. L’Otto settembre ci trasforma da alleati in traditori. Finisce in campo di prigionia, l’atteggiamento dei soldati giapponesi è sprezzante: gli italiani hanno perso la faccia e quindi non meritano rispetto. Di fronte all’ennesima provocazione-umiliazione, Fosco si trancia di netto la falange di un dito e la tira in faccia al soldato che sta angariando lui e gli altri prigionieri.
Se si dovessero scegliere due episodi della lunga esistenza di Fosco Maraini (1912-2004) che ne aiutassero a capire scelte e carattere, quelli appena ricordati si adatterebbero alla perfezione. L’idea della politica «come una cosa orrenda» da cui stare fuori a ogni costo, è tutta in quel ricordo infantile dove l’odio si incarna proprio nella persona più amata. Il non permettere a nessuno di calpestare la tua dignità di essere umano, è in quella auto-mutilazione etnologicamente superba e perfetta nei confronti di una cultura che dell’impassibilità di fronte al dolore ha fatto un codice comportamentale.
Entrambe contribuiscono a delineare un percorso intellettuale nel quale la comprensione dell’altro da sé, la volontà di sapere, il gusto di andare a vedere, il rifiuto di costrizioni e obblighi, di dogmi e verità imposte scandiscono un’esistenza piena e sempre in cerca, sempre in movimento, una curiosità felice, un desiderio di andare nel fondo delle cose.
Nel centenario della nascita, Palazzo Medici Ricciardi ospita ora questa mostra L’incanto delle Donne del Mare. Le “Ama di Hékura” nell’opera di Fosco Maraini (da domani sino al 30 aprile, catalogo Giunti), e per l’occasione il Gabinetto Viesseux, depositario del suo archivio fotografico e della sua biblioteca orientale organizza una serie di incontri ed escursioni. L’esposizione rimanda a quelli che in un suo libro Maraini definirà «gli ultimi pagani», ovvero quei popoli marginali dell’Asia, l’isola giapponese di Hékura, il Chitral pakistano, l’Indokush, veri e propri mondi a sé, dotati di regole, rituali, abitudini. Nella vastissima bibliografia marainiana brilla soprattutto un testo, quel Paropàmiso dedicato alla spedizione himalayana del 1958, e che Mondadori ripubblicò ampliato una decina d’anni fa, dopo che la prima edizione era andata praticamente al macero: «Il pubblico trovò quel titolo impronunciabile, ostico, stopposo». Paropàmiso non era altro che la terra abitata dai kafiri, unica popolazione non islamizzata della regione e insieme ultima propaggine asiatica verso l’Occidente, quella che Alessandro Magno attraversò nella sua discesa e che nei secoli ha rappresentato il luogo deputato degli incontri e degli scontri fra Est e Ovest, il crocevia dei sogni di dominio imperiale, del Great Game ottocentesco fra la corona inglese e quella russa, il confine conteso di eterni indipendentismi e moderni nazionalismi.
Nelle intenzioni di Maraini, Paropàmiso è però anche la parte per il tutto, un luogo geografico che è anche e forse soprattutto un luogo mentale da attraversare: l'incrociarsi di Islamismo e Induismo, di riti antichi e di popolazioni rimaste ai margini della storia, l'accavallarsi delle etnie afghane, gli strati sovrapposti di civiltà scomparse, gli usi, i costumi, gli odori e i sapori di quelle rimaste.
Ciò che fa la diversità e in fondo l’eccentricità della scrittura di Maraini rispetto alla memorialistica di montagna e di viaggio o allo specialismo etnografico, è che nel costruire ora un saggio di antropologia e di storia delle religioni, ora un breviario di moralità, ora un romanzo di idee, Maraini racconta a sé stesso la sua idea dei «muri di idee» da saltare per varcare «uno di quei confini tra gli uomini oltre al quale cessano le variazioni quantitative e si inserisce un salto qualitativo», ovvero la nostra visione del mondo e l’eterno mistero dell’essere.
Tutto ciò condotto con estrema naturalezza, semplicità e pazienza, proprie di chi senza rinunciare a essere sé stesso, cerca di capire cosa vuole dire essere altro. Rimane sempre in Maraini un occhio limpido, infantile, il suo arrendersi alle sorprese e alla diversità del mondo, il piacere quasi fisico di voler capire, la luminosità di chi, nonostante tutto, non ha mai smesso di sperare.