"Così ho vissuto con Leonardo, genio titubante"

Per 22 anni ha restaurato il Cenacolo. E dietro all'artista ha scoperto l'uomo. Pieno di dubbi...

«Ma perché voi giornalisti siete fissati con l'età delle persone? Anche trent'anni fa, era la prima cosa che mi chiedevano gli americani...». Trent'anni fa Pinin Brambilla Barcilon era su un ponteggio e restaurava il Cenacolo. Era a metà dell'impresa: 1977-1999, tanto è rimasta china sul capolavoro di Leonardo, con pennellino e microscopio, e il mondo intorno, scolaresche e giornalisti compresi, venuto a vedere l'opera e anche lei, «la donna che restaurava l' Ultima cena ». Poi, «per molto tempo mi hanno chiesto di scrivere di quei ventidue anni, ma non volevo: non è il mio mestiere». A quasi novant'anni si è ricreduta e così è nato La mia vita con Leonardo (Electa), su uno dei restauri più famosi al mondo.

È nata nella Milano del 1925, c'era il fascismo...

«Ma non è che me lo ricordi, sa, la borghesia allora aveva una cultura un po' così, vestivamo le bambole».

Lei però è diventata restauratrice. Una rarità per una donna. Come ha fatto?

«È stato dopo la guerra. All'inizio studiavo Architettura, poi andai a bottega da Pellicioli, il più grande restauratore dell'epoca. Cominciai piano piano e poi, vede l'archivio alle mie spalle? Ho lavorato un po' dappertutto, Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto».

E come è arrivata al Cenacolo?

«Stavo lavorando sulla Crocifissione del Montorfano, l'affresco che gli sta di fronte nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. Ho iniziato così. Il fatto è che era una specie di impasto di colori, stucchi, cere. La pittura di Leonardo non si vedeva neanche. Guardi questa foto, vede San Matteo? Qui è scuro, ma abbiamo scoperto che era biondo».

È una delle figure che l'ha più sorpresa?

«San Matteo forse è quello che ho amato di più. Però è stato tutto sorprendente, perché ogni personaggio ha cambiato espressione: l'intensità del volto, i volumi, i colori, lo stato emotivo».

Ma la prima volta che si è avvicinata che cosa ha pensato? Non aveva timore?

«Non ho capito niente. La materia pittorica era piena di coperture. Non avevo timore a toccarlo: è stato un lavoro molto graduale, siamo partiti dalle lunette e poi ci sono stati studi preliminari e indagini sulla materia e sui restauri precedenti».

Non si è mai stufata?

«C'erano delle sospensioni, ho fatto anche altri lavori, per esempio Piero della Francesca, poi a volte dovevano bonificare l'ambiente, perché il pubblico entrava in modo disordinato. Era pieno di scolaresche rumorose che urlavano e scorrazzavano mentre lavoravo e io pensavo: “Ma perché non vanno fuori a giocare?”».

Vent'anni sono quattro volte il tempo impiegato da Leonardo a realizzare l'opera. Com'è possibile?

«La situazione era drammatica. La pulitura è stata lunghissima, lavoravi col microscopio su parti minuscole: una scaglia, una scaglia, una scaglia... Pochi centimetri al giorno. Magari emergeva una sfumatura di blu, o di rosso, ed era una conquista».

Come puliva?

«Con piccoli impacchi di una carta giapponese, pezzi grandi come un'unghia, e un solvente speciale studiato dall'Irpa a Bruxelles. Dopo la pulitura si restaurava subito e le parti mancanti andavano ricucite come un rammendo con l'acquerello, piano piano. A volte lavoravo sette giorni su sette».

E a casa?

«Mio marito mi diceva: “Adesso hai finito 'sto Cenacolo? Cos'è, vuoi catturare l'arcobaleno?” Ma io dovevo finirlo. Certo è un'esperienza vincolata a una disciplina severa, ferrea: o ce l'hai o non ce l'hai».

Lei ce l'ha.

«Quando lavoravo a Sant'Eustorgio ero incinta, il giovedì ero sul ponteggio e il lunedì successivo è nato mio figlio. Oggi sarebbe impossibile».

Ci vuole anche pazienza?

«Non sono una donna particolarmente paziente. Un conto è la pazienza manuale, un altro quella mentale».

Era anche faticoso fisicamente?

«Molto. Le braccia, le mani mi facevano male ma soprattutto gli occhi: più di quattro ore al microscopio non riuscivo a resistere».

Ha detto che per lei Leonardo è «un figlio che dà qualche preoccupazione».

«Beh, dopo tanti anni un lavoro così entra dentro di te. E ogni lavoro dà preoccupazione, se è complesso».

E oggi quando lo rivede che cosa prova?

«Fra poco andrò a fare una spolverata, vado ogni uno o due anni. Per me è un grande malato, molto fragile, di cui devi prenderti cura come per le persone molto vecchie».

Si è mai chiesta: «E se Leonardo fosse scontento»?

«No. Era una conquista, e uno non si chiede perché, va avanti e cerca di risolvere i problemi giorno dopo giorno».

Ma la perfezione è possibile, in un restauro?

«Non esiste in alcuna cosa. Nel restauro gioca la sensibilità. Il Padreterno dà a ciascuno delle doti, a me ha dato quella: una grazia particolare, perché se uno non capisce l'opera, se non capisce che cosa voleva dire il pittore, solo con la tecnica la restituirà senza emozioni. Non dirà nulla».

Il restauro può tradire?

«Il restauro deve restituire, non interpretare. Uno deve capire, perché basta niente per sconvolgere tutto».

Si è mai immaginata Leonardo su quel ponteggio?

«Solo la prima volta, quando disegnò gli scudi sulle lunette. Ne fece due sovrastanti. E questo dice subito dell'uomo, la sua titubanza nel risolvere le cose. Era un genio, ma si poneva dei dubbi. È anche il piacere del nostro lavoro, scoprire l'uomo con le sue incertezze, le sue riflessioni».

Oggi lavora ancora?

«Sì, ho appena finito degli affreschi a Casa Borromeo. E sto aspettando un grosso dipinto».

Ma com'è stato iniziare per la prima volta un altro lavoro dopo il Cenacolo?

«Molto piacevole. Ero al battistero di Castiglione Olona, ero felice, mi sembrava un paradiso. Dopo l'inferno...».