Così Reagan conquistò il cervello degli Usa e fece vincere la libertà

Attraverso fondazioni e think tank tenne insieme libertari, destra religiosa e neoconservatori. Creando il clima culturale favorevole alle sue riforme...

Il volume dedicato da Francesco Chiamulera agli anni che hanno preceduto l'ascesa di Ronald Reagan alla guida degli Usa (Candidato Reagan. L'alba di un'epoca americana: 1976-1980, Aragno, pagg. 177, euro 10) non è una biografia. In queste pagine si sviluppa soprattutto una riflessione sul cambiamento interpretato dal reaganismo e su ciò che ha favorito il successo di quella proposta politica, che coniugava il liberalismo classico basato sul rispetto della proprietà e del mercato, un conservatorismo nutrito di valori religiosi, una riaffermazione dei cosiddetti «diritti degli Stati» (contro il potere federale) e - in ambito internazionale - una muscolosa opposizione all'Unione sovietica.
Tra i suoi meriti, il testo ha quello di evidenziare come il presidente destinato a dominare gli anni Ottanta sia emerso in una fase che, non diversamente da quella che stiamo vivendo, aveva visto l'americanismo declinare. L'eredità giudaico-cristiana, l'impresa, la famiglia, l'individualismo, una forte fiducia nella concorrenza: tutti questi valori - a metà degli anni Settanta - apparivano sotto attacco e sempre meno accettati dall'establishment culturale.
In questo senso non si comprende Reagan se si vede in lui solo un politico dotato di grandi qualità comunicative. Al contrario, egli s'afferma perché avverte l'esigenza di collegarsi in modo originale a ben specifiche trasformazioni in atto. D'altra parte, egli arriverà a Washington dopo avere governato la California e dopo aver costruito un solido legame con taluni imprenditori di prima generazione, felici di trovare in lui il proprio alfiere.
Se all'inizio egli verrà sconfitto in un importante referendum contro l'oppressione fiscale, quell'esperienza aprirà la strada ad iniziative analoghe nel resto del Paese e, quel che è più importante, porrà le basi per quella Proposition 13 californiana con cui il leader repubblicano, ponendo forti limiti alla tassazione sulla proprietà, interpreterà le ragioni delle vittime di una redistribuzione che certo avvantaggia taluni, ma in fin dei conti mina la società nel suo insieme. Quando il candidato alla presidenza lancerà la propria sfida, a sostenerlo saranno allora soprattutto le contee suburbane, dove si trovano il ceto medio e i nuovi ricchi, quanti hanno maggiormente voglia di fare e intraprendere.
Vi era davvero una notevole distanza tra l'ottimismo interpretato da Reagan e il moralismo puritano di un Jimmy Carter, che aveva tolto alla società americana ogni certezza. Se la presidenza democratica era stata tutta nel segno della contrizione, l'ex governatore della California si caratterizzerà molto su uno slancio vitale che conquisterà anche tanti elettori democratici.
Va pure detto che l'America che Reagan eredita dal quadriennio di Carter non assomiglia all'Inghilterra che Maggie Thatcher si era trovata ad amministrare dopo decenni di statalismo conservatore o laburista. Gli Stati Uniti avevano molti problemi, ma la capacità di resistere era di ben altro tipo. Reagan intuisce questa reattività e interpreta le attese di un'America che non ammette di essere azzoppata dall'espansione del potere statale.
L'autore del libro - che certo non parteggia per le tesi reaganiane - evidenzia l'importanza dell'economia della supply-side, fondata sul ruolo dell'offerta, e di una minore tassazione, nella crescita. Va però detto che forse il maggior merito di Reagan, nel momento in cui alza la bandiera dell'economia dell'offerta, sta nel fatto che con i suoi discorsi egli ponga al centro del dibattito economico l'uomo, e quindi lo stesso imprenditore, dove invece i keynesiani si affidavano a meccanismi che inducono a gestire l'economia in termini tecnocratici: iniettando liquidità con artifici monetari o usando qualche altra leva, dalla spesa pubblica alla regolamentazione. In questo senso la supply-side non è solo una prospettiva teorica: è anche e soprattutto un ritorno all'individuo come sorgente di ogni possibile dinamismo economico.
Per certi aspetti, la forza dell'alleanza reaganiana coincide con la sua debolezza. Le fragilità sono evidenti nella composizione di una maggioranza che terrà assieme libertari, destra religiosa e intellettuali neoconservatori di matrice socialista. Eppure l'aver raccordato questi mondi fu il tratto specifico del reaganismo, che in tal modo avviò un'autentica controffensiva intellettuale. A ben guardare, nell'Italia degli ultimi vent'anni ciò che più di tutto è mancato è proprio questa alleanza basata su valori, idee, progetti: quella rete che in America, nel corso degli anni Settanta, si è venuta a delineare attorno alla Heritage Foundation e al Cato Institute, ma anche grazie a un gran numero di altri think-tank di area conservatrice e libertaria e a molte riviste, associazioni, case editrici.
Prima di imporsi nelle urne, il reaganismo aveva vinto nelle menti e nei cuori. E questo spiega per quale ragione il suo lascito sia stato tanto duraturo.