La crisi del '29 (e del 2014) nelle storie di Francis Scott

Se «classico» è quell'autore che anche cento anni dopo, nel raccontare uno stato d'animo o una condizione umana, continua a farlo con la stessa perfezione e puntualità, per le atmosfere, le immagini, le parole, allora Francis Scott Fitzgerald è un gigante tra i classici. In particolare, visti i tempi, lo è per un pugno di racconti, splendidi, che l'editore Nova Delphi ha raccolto sotto il titolo, furbo ma intelligente, Gli anni della crisi (pagg. 240, euro 11; a cura di Emiliano Sbaraglia).

Si tratta di sette short stories che Fitzgerald, a corto di soldi, scrisse su commissione, principalmente per la rivista The Saturday Evening Post , nei primissimi anni Trenta. Ed ecco il punto. Buttati giù (Fitzgerald non credeva molto alla forma del racconto, così come alle sceneggiature) subito dopo il crollo del '29, in piena crisi economica dopo lo scintillio e il boom degli anni Venti, i racconti, senza cambiare una virgola, sono perfetti per rappresentare - oggi - le disperazioni e le inquietudini dei «nuovi poveri», il ridimensionamento dello standard di vita famigliare, le incertezze del futuro, i rimpianti di quando si gustava ogni giorno il benessere, e a volte persino si assaporava il lusso... Tutte cose che la middle class americana di allora e la classe media italiana di oggi, (ri)conosce benissimo. E Fitzgerald - che prima inventò l'euforica età del jazz e poi sprofondò nella crisi della Grande Depressione - descrive questo passaggio in modo magistrale. Difficile trovare un altro scrittore che sappia narrare, in poche righe, l'incapacità da parte delle persone di accettare il ridimensionamento forzato e improvviso del proprio livello economico di vita. Le sensazioni e le situazioni dei suoi personaggi - la segretaria licenziata del racconto Fra le tre e le quattro , la moglie del broker caduto in disgrazia in Un cambiamento di classe , i sogni e le disillusioni dei due gruppi di ragazzi, i figli di papà da parte e i futuri self-made man dall'altra, di La prova del sei o le umiliazioni e l'orgoglio del protagonista, impeccabile e incosciente, de L'assegno scoperto - sono le stesse provate da molti, oggi. Con le medesime sfumature, le medesime paure, le medesime (poche) speranze.

A proposito. La rivista che gli chiese i racconti, pagati peraltro molto bene, raccomandò a Fitzgerald dei finali che... come dire... infondessero un po' di fiducia al lettore. Scegliendo invece di raccontare delle storie, e non delle favole, senza bluffare e senza trucchetti da quattro soldi, Fitzgerald dimostrò di essere un vero scrittore. Anzi, un classico.