Il crollo dell’Impero della cultura

Jubilee si chiamava il film punk che Derek Jarman girò sul finire degli anni Settanta. Torna a proposito adesso che, archiviato il trionfale secondo Giubileo con cui la Regina Elisabetta ha festeggiato sia la tenuta del suo regno sia quella dell’istituzione monarchica, l’Inghilterra corre a vele spiegate verso le Olimpiadi di luglio, manifestazione che terrorizza i londinesi doc, dati in fuga dalla capitale, ma entusiasma gli appassionati di sport e gli amanti della post-modernità con vista sul Tamigi.
Per quanto al riparo dalle turbolenze dell’Eurozone, non è però che Oltremanica si dormano sonni tranquilli. Secondo uno studio del Guardian, ai sei milioni di poveri del Regno unito, la cosiddetta squeezed middle, andrebbero aggiunti almeno altri sette milioni di lavoratori che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, nonostante un buon impiego e uno stipendio discreto. La disoccupazione è all’otto per cento, l’inflazione è intorno al tre per cento e, rivela il Daily Telegraph, se vent’anni fa un milione di sterline ti inseriva nella categoria dei ricchi, vent’anni dopo ti retrocede in quella dei «benestanti». È il potere d’acquisto, insomma, che è andato erodendosi.
Jubilee di Jarman parlava del declino dell’Inghilterra. C’era un astrologo di corte, il dottor John Dee, che illustrava a Elisabetta I cosa sarebbe stato il suo regno quattrocento anni dopo, al tempo appunto del primo Giubileo di Elisabetta II: polizia neonazista e bande di giovani feroci e criminali, strade devastate e sbarrate, le case dei ricchi protette dal filo spinato, corruzione ai massimi livelli. Come dirà lo stesso regista, «in seguito il film si rivelò profetico: le strade si incendiarono a Brixton e a Toxteth, ci fu chi, punk irriducibile e antisistema, partecipò a Top of the Pops e venne ingaggiato da Margaret Thatcher per suonare al ballo per le Falklands».
Oggi l’emblema di un’Inghilterra volgare e insieme provinciale, ossessionata dal successo e dal denaro e preoccupata dalla crisi economica, dotata di uno straordinario mezzo di comunicazione trasformatosi però in una «lingua franca» senza più regole grammaticali, di pronuncia e di sintassi, è riassunto magistralmente nell’ultimo romanzo di Martin Amis Lionel Abso. State of England (delle polemiche che ha suscitato all’uscita ne ha dato puntualmente conto, qualche giorno fa, Aridea Fezzi Price in queste stesse pagine). Abso è l’acronimo di Antisocial Behaviour Order, che il giovane Lionel Pepperdine assume orgogliosamente come cognome, visto che, già quando aveva meno di due anni era stata certificata la sua «pericolosità sociale»… Cresciuto in una periferia urbana la cui aspettativa di vita sta fra il Benin e Gibuti (44 anni per gli uomini, 57 per le donne), ma il cui tasso di fertilità oscilla fra la Malesia e lo Yemen (sei figli), Lionel ha un fratello che sembra uno svedese, un altro che somiglia a uno spagnolo, un terzo a un asiatico, nonché un nipote di fattezze giamaicane, anche se vestono tutti allo stesso modo, vita bassa, t-shirt, giubbotto, e hanno tutti il medesimo taglio di capelli a cresta… Delinquente di mezza tacca, ma senza scrupoli, si ritrova plurimilionario in carcere dopo una vincita alla lotteria nazionale. Una volta uscito di prigione, giornali e programmi tv faranno a gara per accaparrarselo e la sua popolarità andrà alle stelle…
Fra un leader conservatore come David Cameron, che dimentica la figlia più piccola al pub ed è costretto a una serie impressionante quanto imbarazzante di «non ricordo» a proposito delle sue frequentazioni con l'entourage di Rupert Murdoch, tycoon della televisione privata e della stampa, un ex leader laburista come Tony Blair, che a ogni conferenza pubblica viene contestato da spettatori che lo accusano di falso e di «crimini contro l’umanità» per la sua condotta nella guerra con l’Iraq (l’invenzione dell'esistenza di armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein come giustificazione per l’intervento), l’esplodere degli scandali giornalistici che hanno portato alla chiusura del settimanale News of the World, alla scoperta di un giornalismo «investigativo» dal sapore criminale e dei legami poco puliti fra mass media e classe politica, l’Inghilterra oscilla fra la nostalgia del tempo che fu (sotto questo aspetto le celebrazioni reali sono state un’ancora di salvezza) e l’ansia di non capire il tempo che la attende. Rimane uno straordinario palcoscenico, ma le vedettes non sono mai di casa. I miglior romanzieri provengono da quelle che un tempo furono colonie dell’Impero, la saggistica è discreta sotto il profilo storico, ma quella francese o quella statunitense la superano come capacità di interrogarsi sull’attualità, la musica non è che la lontana eco della grandezza di un tempo.
Chi oggi giri per Londra troverà hippie invecchiati a Notting Hill, techno-freak a Camden, punk mohicani a King’s Road, artisti alternativi a Brick Lane e nell’East End, con relativi spazi espositivi e bar modaioli: un quarto della popolazione londinese è nata all’estero e l’«industria dell’arte» trova qui non tanto la liberà di sperimentare e di esplorare, quanto la mercificazione che fa delle gallerie d’arte delle mete turistiche e degli artisti dei fenomeni da baraccone. Di Damien Hirst, il capofila riconosciuto di questa arte miliardaria costruita a tavolino dai mercanti della post-modernità, resta famosa la dichiarazione di quando era ancora una semplice promessa: «Non vedo l’ora di ritrovarmi nella posizione in cui posso fare arte davvero pessima e passarla liscia. Ora come ora, mi manderebbero a ’fanculo». In compenso, le cronache registrano che a «fanculo» ce l’ha mandato la sua compagna, preferendogli un ex ufficiale britannico riciclatosi, dopo le Falkland, come mercenario nei tanti conflitti tribali africani. «Era così noioso Daniel, e i soldi non sono tutto" ha spiegato. Come darle torto?
Due anni fa Barry Miles, saggista, figura mitica dell’underground londinese, fondatore dell’Indica Gallery e dell’International Times, ha pubblicato London Calling, un’appassionata cronaca della controcultura londinese dal 1945 ai giorni nostri (in italiano è ora uscita per Edt, 518 pagine, 23 euro). Chi voglia misurare la decadenza, non ha che da leggerla. Non è solo questione di nomi, Dylan Thomas e Francis Bacon, Kingsley Amis (il papà di Martin) e J.G. Ballard, David Hockney e Lucian Freud, Mary Qunat e Vivianne Westwood, i Beatles, gli Stones e i Pink Floyd, è che quella Londra uscita dalle macerie della Seconda guerra mondiale, con il razionamento dei generi alimentari ancora fino agli anni Cinquanta, era creativa perché affamata, era originale perché costretta a confrontarsi con un sistema di classi, di regole e di puritanesimo ancora reale, era onnivora e vitale per l’ansia di riprendersi la vita. Era, anche, autodistruttiva, come lo scorrere del tempo ha dimostrato, perché il successo produce imitazione, ma non innovazione e quando niente è più vietato si finisce con il mettere tutto sullo stesso piano. Come dice Vivienne Westwood, «non esiste alcun altro posto come Londra. Parigi è molto più bella da visitare. I francesi hanno gusto. Lo sviluppo di Londra è davvero incontrollato. È tutto alla rinfusa». Culturalmente parlando, oggi come oggi Londra è un cadavere in buona salute…