Cultura a sinistra, Paese a destra Una «strana» Italia divisa in due

Il vizio d'origine? Un'agenda politica, dettata da un antifascismo non sempre democratico, che trova riscontro solo nelle élite

Pubblichiamo qui uno stralcio della Premessa del nuovo saggio dello storico Roberto Chiarini Alle origini di una strana Repubblica. Perché la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra (Marsilio, pagg. 234, euro 19,50). Un libro che spiega i mali che affliggono l'Italia, risalendo alla formazione della democrazia a partire dalla caduta del fascismo.

I tratti originari della nostra Repubblica hanno reso operante la democrazia ma, alla distanza, l'hanno anche anchilosata. L'antifascismo ha comportato l'operatività di una precisa sanzione costrittiva del gioco democratico, sanzione controbilanciata presto sul fronte opposto da una opposta e simmetrica, l'anticomunismo. Destra e sinistra si sono trovate in tal modo, invece che protagoniste - come altrove è «normale» - della dialettica democratica, solo comprimarie, stabilmente impedite da una pesante delegittimazione ad avanzare una candidatura in proprio per la guida del paese. Da ultimo, la configurazione di un «paese legale» connotato da una pregiudiziale antifascista e di un «paese reale» animato da un prevalente orientamento anticomunista ha comportato una palese, stridente assimetria tra una società politica orientata a sinistra in termini sia di specifico peso elettorale che di obiettivi proposti e un'opinione pubblica molto larga - una maggioranza silenziosa? - per nulla disposta a permettere svolte politiche di segno progressista.

***

L'emersione nel 1994, grazie al passaggio a un sistema tendenzialmente bipolare, della «destra occulta» rimasta per un cinquantennio senza rappresentanza politica diretta ha risolto solo a metà il problema. È rimasta l'impossibilità per una forza politica mantenuta - e tenutasi - nel ghetto per mezzo secolo di esprimere di colpo una cultura, un disegno strategico, una classe dirigente all'altezza del ruolo di comprimaria della sinistra. Al deficit di maturità democratica ha aggiunto, peraltro, un'inclinazione a secondare posizioni vuoi etno-regionaliste (se non dichiaratamente separatiste) inconciliabili con l'ambizione di costruire una forza politica di respiro nazionale, vuoi populistico-plebiscitarie in aperta dissonanza con la destra liberale europea. Tutto ciò ha offerto il destro - e l'alibi - alla sinistra per persistere in una battaglia di demonizzazione dell'avversario, contribuendo in tal modo a rinviare una piena rigenerazione di questa «strana democrazia», normale a parole ma ancora in larga parte prigioniera di comportamenti ispirati alla delegittimazione del nemico.
A pagarne le conseguenze continuano a essere non solo destra e sinistra, ma anche le istituzioni democratiche, ingessate come sono in un confronto polarizzato che ha finito con il comprometterne la capacità operativa, soprattutto sul fronte delle importanti riforme di cui il Paese ha un disperato bisogno. Il risultato è stato di erodere pesantemente la credibilità e persino la rappresentatività delle stesse forze politiche. Lo scontento e la disaffezione insorti per reazione non potevano non ridare nuova linfa a una disposizione stabilmente coltivata dall'opinione pubblica italiana, conformata a un radicato pregiudizio sfavorevole alla politica. Una disposizione che ha accompagnato come un fiume carsico l'intera vicenda politica repubblicana sin dal suo avvio, tanto da rendere «il qualunquismo (...) maggioritario nell'Italia repubblicana, sia presso il ceto intellettuale che presso l'opinione pubblica» (Sergio Luzzatto). Una sorta di controcanto, spesso soffocato, al predominio incontrastato dei partiti.

***

S'è detto che la funzione dei partiti è cambiata nel tempo divenendo da maieutica a invalidante della democrazia, da leva per una politicizzazione della società a strumento di occupazione dello Stato e, per questa via, a stimolo dell'antipolitica così come la loro rappresentatività da amplissima si è progressivamente inaridita. Parallelamente anche le forme, i contenuti, gli stessi soggetti interpreti dell'antipolitica si sono trasformati nel corso di un sessantennio.
Da Giannini a Grillo, la critica alla partitocrazia ha avuto molteplici voci (da Guareschi a Montanelli fino a Pannella) e solleticato svariati imprenditori politici a valorizzarne le potenzialità elettorali (dal Msi alla Lega, alla stessa Forza Italia, passando per le incursioni sulla scena politica di movimenti poi rivelatisi effimeri, come la Maggioranza Silenziosa dei primissimi anni settanta o i «girotondini» di pochi anni fa). Costante è stata la loro pretesa/ambizione di offrire una rappresentanza politica all'opinione pubblica inespressa e/o calpestata dai partiti, facendo leva sulla polarità ora di uomo qualunque vs upp (uomini politici professionali) ora di maggioranza silenziosa vs minoranza rumorosa, ora di Milano «capitale morale» vs Roma «capitale politica», ora di cittadini vs casta.
Altro punto fermo è stato la denuncia dello strapotere e dell'invadenza dei partiti accompagnata spesso dall'irrisione demolitoria della figura del politico strutturato nei partiti, poggiante sull'assunto che la politica possa - anzi, debba - essere appannaggio di cittadini comuni.
Un significativo elemento di discontinuità s'è registrato solo negli ultimi tempi.
L'antipartitismo prima attingeva a un'opinione pubblica - e esprimeva istanze - marcatamente di destra, per quanto l'etichetta fosse sgradita. A partire dagli anni Novanta, viceversa, l'antipolitica mostra di attecchire anche presso il popolo di sinistra. Un'antipolitica debitamente qualificata come «positiva» e inserita in un «orizzonte “virtuoso”», comunque non meno accesamente ostile nei confronti della «nomenk1atura spartitoria», della «degenerazione della politica in partitocrazia», dell'«occupazione dello Stato e della cosa pubblica», dell'«arroccamento corporativo della professione politica».
È l'antipolitica che ha trovato la sua consacrazione nel M5S, rendendo l'attacco al «sistema dei partiti» molto più temibile e imponendo all'agenda politica del paese l'ordine del giorno del superamento insieme dell'asimmetria storica esistente tra paese legale e paese reale e del ruolo protagonista dei partiti nella vita delle istituzioni.

Commenti

Sapere Aude

Mar, 08/10/2013 - 10:25

Per un attimo sono stato tentato di comprare il libro di Chiarini. Leggere però che la differenza tra destra e sinistra si fonda su “il paese reale verso il paese legale”. Cioè che la “realtà” dell’Italia (quella nelle mani dell’illegalità, anche se non lo dice) è quella dell’anticomunismo, mentre la “legalità” è quella dell’Italia antifascista, mi ha convinto di non leggere oltre l’ennesima bufala dello stronzetto di turno. Che detto per inciso è un professore universitario.

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Mar, 08/10/2013 - 19:35

In Italia Sinistra e Destra assumono un significato speciale: la prima è il desiderio di un contenuto ideologico e intellettuale compatto e pronto per l'uso, che si riflette tuttavia, qua e là, anche a destra; la seconda è, invece, un moto di pensiero individualista, diffuso e puntiforme, che impegna a riconoscere il merito e a difendere l'identità, che ha comunque (qualche) consenso anche a sinistra. In tutto questo l'antifascismo non ha alcuna relazione! E' una "vernice" al coppale usata dalla sinistra come mito fondante e ricatto morale per rendersi più "brillante" rispetto ad una destra che, alla fine della guerra, non aveva più, o quasi, esponenti delle vecchio mondo liberale (assimilabile alla Destra) come Orlando o Nitti, incapaci di avere un "appeal" popolare, a differenza dei comunisti, che si abbeveravano alle fonti della "rivoluzione proletaria" e dei democristiani, per ovvie ragioni. Le ideologie comuniste e atlantiche hanno quindi consolidato due visioni "fittizie" di destra e sinistra, con due blocchi che si bilanciavano quasi esattamente e "immobilmente", (perciò "non-politici") col collante dell'antifascismo (e la complicità degli intellettuali che, spesso e volentieri “sconfinavano” in area destrorsa ma sempre dicendo che “Bruto è uomo d’onore”), e con una destra "nostalgica" messa però ai margini. Paradossalmente solo tra i primi presidenti vi erano residui liberali pre-fascisti e addirittura monarchici (De Nicola ed Einaudi). Non volevo avere la pretesa di competere con le lucide e precise considerazioni di Roberto Chiarini, però secondo me, la “scomparsa della Destra” (o della “vecchia” Destra) è stata “colpa”, prima, storicamente, del fascismo e poi, dal dopoguerra, politicamente, della Sinistra in comune con la DC, le quali hanno accomunato, per opportunità e semplicisticamente (indottrinando opportunamente le masse), il vecchio mondo liberale al fascismo, per avere campo libero ed atteggiarsi a qualche scaramuccia! Forse ho fantasticato; aspetto critiche (costruttive!)

Mario Mauro

Mer, 09/10/2013 - 23:16

Caro professore, al deficit di maturità democratica che Lei attribuisce alla destra uscita dal ghetto si potrebbe opporre l'ipocrisia della maturità democratica di chi nel ghetto l'aveva tenuta, ipocrisia che trascinatasi per quasi un settantennio domina ancora incontrastata, con gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti- Credo di capire che Lei convenga sul fatto che, maturità democratica o meno, la cultura di destra è stata tenuta con la testa sott'acqua anche dopo l'uscita dal ghetto. Le istituzioni, come Lei giustamente dice, sono preponderantemente sinistre ma adesso anche la maggioranza degli italiani lo è, finalmente. L'antipolitica, infatti, rappresentata dallo spropositato numero di fans di Grillo, è sinistra estrema. Io continuo a meravigliami, dato che da sempre, in tutti i mezzi di comunicazione, il politicamente corretto antiliberale martella ogni giorno la massa, se ancora si trova un quinto degli italiani disposto a votare a destra. Destra che ha fatto certo una nutrita serie di errori, e non bastano i lacci e lacciuoli, che l'hanno sempre costretta, a giustificarla; ma gli altri, che hanno dominato, fossero al governo o no, per più di mezzo secolo, ci hanno portato al punto in cui siamo e ancora si proclamano i migliori. Sarà interessante leggere il libro che Lei scriverà per raccontare il nostro inevitabile default prossimo venturo. Cordialmente