Il difficile rapporto tra la sinistra italiana e lo Stato di Israele

U n esempio significativo della scarsa propensione della sinistra verso la libertà - intesa come valore primario - è rappresentato dal suo atteggiamento verso lo Stato di Israele. Nella irrisolta - e forse irrisolvibile - questione palestinese, la sinistra o meglio, una certa sinistra, che però è di gran lunga la maggioranza, sta dalla parte dei palestinesi contro gli israeliani. Sgombriamo subito il campo: noi non diciamo che tutta la ragione sta dalla parte di Israele. Diciamo invece un'altra cosa, più importante: che Israele è uno Stato liberal-democratico, mentre tutto ciò che lo circonda non lo è. Precisamente, Israele è una isola di libertà in mezzo ad un mare feudale (fra l'altro, se c'è stato un po' di vero socialismo nel ventesimo secolo, esso è stato attuato proprio nei kibbutz israeliani). In realtà, la sinistra è contro Israele perché nel Medio Oriente Israele esprime la frontiera stessa dell'Occidente, come dimostra in modo convincente Fabio Nicolucci, nel suo bel libro Sinistra e Israele. La frontiera morale dell'Occidente (Salerno Editrice, 2013, pagg. 280, euro 12, 90).
L'avversione della sinistra verso Israele risale alla guerra fredda, quando, come scrive Nicolucci, gli Stati arabi erano alleati dell'Unione Sovietica. Questa «chiede una scelta di campo al Pci, che obbedisce. E il Pci era gran parte della sinistra italiana». Da allora il contrasto non è stato più risanato, anzi si è aggravato, specialmente a partire dalla guerra arabo-israeliana del 1967. La vittoria, fulminea e schiacciante, degli israeliani umilia il mondo arabo perché rende evidente la smisurata superiorità non solo militare, ma anche economico-sociale dello Stato d'Israele rispetto a tutti gli altri Stati del Medio Oriente; indirettamente, dunque, si tratta di una vittoria dell'Occidente contro l'Unione Sovietica, il mondo comunista e, in generale, l'antimperialismo e il terzomondismo.
Oltre all'avversione per la liberal-democrazia, si è aggiunto pure il fatto che, nel corso degli anni, gli israeliani hanno incrementato il loro benessere economico, mentre i palestinesi sono rimasti poveri. Israele, perciò, non rappresenta solo l'Occidente, ma anche il capitalismo; e la sinistra, naturalmente, non può che stare dalla parte dei poveri contro i ricchi. Di qui lo stereotipo intreccio - del tutto scontato - fra anti-liberalismo, anti-capitalismo e anti-occidentalismo, che sta alla base dell'atteggiamento di buona parte della sinistra verso lo Stato di Israele.
L'auspicio di Nicolucci è che la sinistra faccia pace con Israele e che superi dunque il suo pregiudizio anti-occidentale, sostenendo la componente democratica e spirituale del sionismo. Il che significa che la sinistra deve rivedere radicalmente la sua valutazione sulla libertà prodotta dalla cultura liberal-democratica, perno politico centrale della civiltà occidentale. Lo auspichiamo fortemente anche noi, ma abbiamo poche speranze.