Dodecaneso, per 20 anni l'Italia fascista spiò sette abitanti su dieci

Presto saranno a disposizione degli storici i fascicoli segreti aperti dall'amministrazione coloniale italiana a nome di 90mila abitanti (su un totale di 130mila). Il museo della Shoa di Washington intende studiare gli incartamenti relativi agli ebrei di Rodi e Kos, quasi tutti morti nei campi di sterminio nazisti

Trentacinque anni di governo italiano, dei quali venti con il fascismo al potere. Quella del Dodecaneso, l'arcipelago egeo che il Regno d'Italia aveva strappato all'Impero ottomano nel 1912 e la Repubblica dovette cedere alla Grecia nel 1947, rappresenta un'esperienza unica nel Novecento. Che coincide con la tormentata vicenda di una terra multietnica soggetta a un'occupazione gestita da una potenza straniera, europea anch'essa nonché ultima arrivata nella gara coloniale ma prima ad essere governata da un regime autoritario. E presto gli storici potranno studiare al microscopio il «laboratorio del Dodecaneso» grazie ai fascicoli personali segreti che soprattutto durante gli anni Venti e Trenta l'amministrazione italiana aprì su oltre 90mila abitanti, su un totale di 130mila, per avere di ciascuno, nero su bianco, informazioni riservate sulla vita privata, le abitudini, le idee politiche, il reddito e quant'altro potesse interessare un'autorità straniera occhiuta e sospettosa. Insomma, un esempio di spionaggio di massa, che un caso di scuola di quell'esperienza che nella vulgata politica viene erroneamente definita «Stato di polizia», espressione che in realtà fu inventata per definire gli Stati premoderni che si occupavano per l'appunto soltanto dell'ordine pubblico.

Tornando al Dodecaneso, in questi giorni, 66 anni dopo la fine del dominio italiano, il locale archivio di Stato ellenico acquisisce l'archivio del Gruppo Carabinieri Reali - Ufficio Centrale Speciale, ospitato per tutti questi anni nei locali della centrale di polizia di Rodi. Documenti che, una volta completato il notevole sforzo di catalogazione, saranno consultabili dagli studiosi.

Occupato nel 1912 in virtù dello stesso trattato di pace con l'Impero ottomano che sanciva il possesso della Libia, il «Possedimento dell'Egeo», fu lasciato dagli italiani nel 1947 alla Grecia, con il consenso della Turchia che ne impose la smilitarizzazione. Il governo di Atene acquisì anche tutta la documentazione prodotta dagli ex dominatori, consultabile presso l'archivio di Stato. Ma fino ad oggi erano noti soltanto circa 20.000 fascicoli riguardanti tutti gli aspetti di quell'esperienza di governo, dai lavori pubblici al commercio, dagli aspetti finanziari ai rapporti con le varie comunità religiose. Il nuovo archivio, invece, contiene circa 90.000 fascicoli personali che includono informazioni di carattere privato su italiani, greci, turchi, ebrei e stranieri che vivevano a Rodi e sulle altre isole.

Accanto alle bonifiche, allo sviluppo agricolo e a rilevanti opere urbanistiche ed edilizie, dunque, gli italiani si dedicarono a mettere stretta sorveglianza gran parte della popolazione in un incessante lavoro quotidiano di raccolta dati. Eirini Toliou, la direttrice dell'archivio, sottolinea che «fu stato Mussolini stesso a volere questi dossier, creando un caso unico». Sotto la sua supervisione una squadra di ricercatori e archivisti si prepara a inventariare il materiale perché sia messo a disposizione degli studiosi. «Non è possibile indicare tempi precisi - prosegue la direttrice - anche se il fatto che lo schedario è intatto ci faciliter... il compito. Purtroppo, nel corso degli anni alcuni fascicoli sono andati perduti a causa di interventi esterni di rimozione. Probabilmente per nascondere alcune storie di collaborazionismo col fascismo».

Marco Clementi, ricercatore all'Università della Calabria e collaboratore dell'archivio di Stato del Dodecaneso, afferma che la storia del possedimento dovrà essere riletta sotto una nuova luce: «Dietro quella che è stata una discreta amministrazione si nascondeva l'oscuro lavoro d'una dittatura occhiuta, costretta a tenere sotto controllo l'intera popolazione per l'incapacità evidente di dare e ottenere fiducia».

Entrando nel merito dei fascicoli, Clementi spiega che «quasi tutti riguardano antenati diretti di persone che oggi abitano a Rodi. Si tratta di una specie di album di famiglia». In effetti, i termini per la consultazione dovranno tenere conto di questa specificità, rendendo inaccessibili al pubblico dati come stato di salute o le tendenze sessuali, nel caso fossero presenti nei dossier.

Dal momento che i documenti riguardano in parte cittadini di religione ebraica - le comunità di Rodi e Kos furono quasi interamente sterminate durante l'Olocausto - il museo della Shoah di Washington ha manifestato interesse per l'archivio politico. Una delegazione giungerà a Rodi a inizio 2014 per concordare tempi e modi di intervento al fine di digitalizzarlo almeno in parte. Dall'Italia, invece, per ora non sono giunti segnali d'interesse per questa documentazione.