E questa è l'egemonia culturale del Cav?il commento 2

di Gianfranco de Turris

In Rai Angelo Mellone, nominato capostruttura de La vita in diretta, è sottoposto a killeraggio perché si scopre essere «intellettuale di destra». E al Museo di Rivoli una commissione di saggi decide di non decidere per favorire amici degli amici, comunque di sinistra. Ecco i risultati della egemonia derivata dalla «rivoluzione culturale berlusconiana» iniziata vent'anni fa... Chi sostiene questa idea ridicola? A 35 anni dal criminalizzante Cultura di destra di Furio Jesi, la sostiene La cultura delle destre (Bollati Boringhieri) di Gabriele Turi, già stroncato su queste pagine da Luigi Mascheroni. Una tesi ridicola e sbagliata, perché nel ventennio di governo berlusconiano, per nulla ininterrotto e assoluto, il centrodestra a livello culturale ha concesso un'alternanza con il centrosinistra sia a livello di governo sia soprattutto a livello amministrativo locale. Turi, e chi ragiona come lui, cade, spesso in mala fede, nell'errore che compiono da anni tutti gli intellettuali di sinistra quando affrontano l'argomento: confondere una miriade di piccole iniziative ristrette e locali, del tutto slegate fra loro, anzi spesso in contrasto fra loro, e in genere non «berlusconiane», con un grande e compatto progetto culturale «di destra» che invece purtroppo non esiste. Inoltre si confonde, come al solito, una vera e profonda Cultura con la maiuscola, con la tv popolare che cultura in senso proprio non è, ma semplice intrattenimento, gettando la croce, chissà per quale motivo, sul tanto demonizzato Drive In, peraltro inventato da un uomo di sinistra come Antonio Ricci. Ma cosa c'entrano sketch e ballerine di quel programma con la Cultura, di destra o meno che sia? Il fatto è che non è esistita, come progetto, programma, tattica e strategia una «rivoluzione culturale berlusconiana» degna di tale none. Ci sarebbe stata se sin dal 1993-94 si fosse puntato sulla vera Cultura: ad esempio, se la maggiore casa editrice italiana, Mondadori, finita nell'orbita berlusconiana, avesse impostato una vera «rivoluzione culturale» (che non dimenticasse ovviamente anche l'aspetto commerciale) riequilibrando l'unica vera «egemonia culturale» che è esistita ed esiste ancora, quella di sinistra, che Turi si ostina a definire «presunta». Ma Mondadori non lo ha fatto, limitandosi a dare spazio a qualche autore autenticamente e validamente di destra come Veneziani, Buttafuoco e Zecchi, ma non operando in modo diffuso in quella direzione. E peggio ha fatto Einaudi. Il centrodestra politico e imprenditoriale non ha mai mosso un dito e un soldo per sostenere le iniziative culturali - riviste, associazioni, editori - che avrebbero potuto nell'arco di vent'anni consolidare un elettorato moderato e conservatore. Stesso ragionamento per gli enti locali di centrodestra. Se si comportassero come quelli governati dal centrosinistra molte iniziative locali non sarebbero in difficoltà: ad esempio, il Premio Acqui Storia che si è visto decurtate i contributi dalla leghista Regione Piemonte, che credo non li lesini al Salone del Libro di Torino che nell'ultima edizione è sembrato una succursale del Pd, proprio quando in cinque anni ha dimostrato, sotto la gestione di un'avveduta amministrazione di centrodestra, di mettere finalmente in evidenza autori e temi a lungo ignorati anche se validi. La «cultura delle destre» non è certo quella descritta da Turi, ma bisogna che dopo tante chiacchiere anche il centrodestra se ne accorga.