Ecco il peccato originale della sinistra liberale

Un saggio di Paolo Bonetti ricostruisce le vicende del liberalsocialismo da Gobetti a Pannunzio, passando per il costituzionalismo di Bobbio

Sono famosi - giustamente famosi - i giudizi che Benedetto Croce espresse sull'astrattezza e inconcludenza del Partito d'Azione. Considerando la volontà degli azionisti di conciliare l'inconciliabile, Croce definì il Pd'A un ircocervo ossia un animale inesistente. Un'altra volta valutandone l'incapacità politica di agire disse: «Gli azionisti non sanno cosa vogliono ma lo vogliono subito». Il filosofo fu molto paziente con gli azionisti ma ci fu un momento in cui sbottò. Fu nell'aprile del '44, quando si stava passando dal primo al secondo governo Badoglio, da un esecutivo regio a uno politico: in gioco c'era l'abdicazione del re e la «continuità dello Stato». Tutto, secondo i buoni auspici di Croce che da filosofo si fece politico, andava per il verso giusto, quando il Pd'A con la sua «mistica della purezza», chiese a Croce di assumere direttamente la presidenza del Consiglio al posto di Badoglio. A quel punto Croce, da buon filosofo, perse la calma, e ad Adolfo Omodeo, Alberto Tarchiani e al suo stesso genero Raimondo Craveri gliene cantò quattro e cosi annotò nei suoi Taccuini: «Ho respinto l'offerta dicendo tutto quanto si poteva dire, e credo che alla fine sono trasceso nelle mie parole, gridando che preferivo macchiarmi d'impurità pur di mettere insieme un ministero, anziché restare statua di purità accanto alle purissime statue di marmo del Partito d'azione, perché quel che qui si giocava, era la serietà dell'Italia». Nei giudizi di Croce si vede già tutto il destino di quel partito di intellettuali e professori che nacque dall'unione del gruppo di Giustizia e Libertà con i rappresentanti liberalsocialisti: niente fu più inadatto all'azione come il Partito d'Azione. Ora Paolo Bonetti con il libro Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio , edito da Liberilibri, racconta con maestria proprio quel destino che andò incontro a una storia di fallimenti.

Bonetti, che ha una concezione crociana del liberalismo e, direi, della stessa condizione umana, non ricostruisce per filo e per segno la storia del Pd'A - perché non è questo il suo scopo - ma dedica il lavoro alla individuazione del pensiero e dell'azione di un liberalismo di sinistra o di una sinistra liberale «che non può essere confusa con quella marxista, comunista o socialista». Si tratta di un universo o, meglio, un arcipelago in cui Bonetti fa rientrare il socialismo liberale di Carlo Rosselli e il liberalsocialismo di Guido Calogero e Aldo Capitini, la democrazia repubblicana di Ugo La Malfa, il gruppo del Mondo di Mario Pannunzio, il primo Partito radicale e «taluni aspetti del radicalismo pannelliano». Un'intera tradizione liberale riformatrice che trova nel costituzionalismo e riformismo di Norberto Bobbio la sua sintesi e, forse - se Bonetti mi fa passare il giudizio - anche la sua fine. Non a caso il giudizio più implacabile sull'azionismo è di Bobbio: «Gli intellettuali del Pd'A non avevano alcuna conoscenza della società civile. Non capivano ciò che nasce spontaneamente dall' homo oeconomicus . Comunisti e socialisti, in parte anche gli azionisti, credevano invece all'economia di piano, mentre in Italia è avvenuto qualcosa di sorprendente che ancora adesso abbiamo sotto gli occhi: si formò sin d'allora e si sviluppò rapidamente in seguito un tessuto di piccole imprese che nascono per puro interesse economico». In questa storia, però, il Pd'A, anche se ebbe vita breve, riuscì a dettare le regole del gioco e alla sinistra liberale diede il suo stesso timbro che è poi il suo vizio d'origine: la pretesa di fondare teoreticamente la politica. È in questo moralismo di fondo o in questa «mistica della purezza» che la sinistra liberale corre sempre il rischio di trasformarsi in sinistra illiberale e scivolare nel giacobinismo (come è avvenuto puntualmente nel ventennio berlusconiano).

La ricostruzione segue due linee: una è quella Gobetti-Rosselli-Calogero che mettendo insieme liberalismo e socialismo - l'ircocervo - vorrebbe mantenere il costituzionalismo liberale e rivoltare come un calzino economia e società al limite del comunismo; l'altra è quella Amendola-La Malfa- Il Mondo che conserva il capitalismo liberale e aspira a riformarlo qua e là secondo casi, forze e possibilità. Un po' scherzando e un po' forzando potremmo dire che ci troviamo di fronte alla sinistra e alla destra di Croce e Paolo Bonetti, da par suo, nell'ambito del liberalismo di sinistra siede alla destra del padre. Il libro, infatti, non è solo la ricognizione delle idee politiche liberalsocialiste e liberaldemocratiche ma anche una lettura della storia politica dell'Italia repubblicana in cui a più riprese l'autore si chiede perché non si sia mai riusciti a dar corpo a quel partito liberale dei ceti medi che già Giovanni Amendola aveva indicato come obiettivo necessario da perseguire per rinnovare il liberalismo italiano. In particolare, Bonetti si pone questo interrogativo nelle pagine più riuscite del libro che sono dedicate alle battaglie del Mondo di Pannunzio che pur esprimendo, al contrario dello spirito azionista, una fede tanto antifascista quanto anticomunista, non ebbe di certo l'occasione di creare una forza politica borghese come vagheggiata da Amendola e dovette accontentarsi «con risultati sempre deludenti» del centro-sinistra.

A conclusione del libro di Paolo Bonetti c'è una sorpresa: la postfazione che Dino Cofrancesco ha scritto - come dice lui stesso - pensando a Vincenzo Cuoco. È un contraltare o una controstoria della Breve storia del liberalismo di sinistra giacché Confrancesco individua nell'autore del Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 «la vera genesi del liberalismo napoletano» e l'antidoto del giacobinismo e di ogni intellettualismo perché capovolge l'assunto azionista che ragiona come quel calzolaio che avendo fatto al suo cliente delle scarpe più corte del piede pretendeva accorciare il piede piuttosto che fare delle buone scarpe. Visto il buon risultato del libro, diamo all'editore un consiglio: far scrivere a Dino Cofrancesco una Breve storia del liberalismo di destra che avrà una postfazione di Paolo Bonetti scritta pensando a Benedetto Croce.