Ecco tutti i primati dell'Occidente

Rodney Stark esalta la nostra civiltà, ne rilegge i momenti bui e critica aspramente il mondo islamico

Perché è l'Occidente a dare il «la», nel bene e nel male, al pianeta? Anche coloro che vorrebbero distruggerlo sono costretti a usare suoi prodotti: armi, banche, cellulari, tivù, computer. Sono occidentali capitalismo e scienza, nonché ogni -ismo (compreso il terrorismo: dal «Terrore» giacobino) che periodicamente fa ribollire tutto. Fino a pochi decenni fa nelle università americane si studiava la western civilization , poi l'ennesimo -ismo (il relativismo) considerò egocentrico e arrogante un simile studio.

Con un libro politicamente scorretto il più autorevole sociologo delle religioni, Rodney Stark, svela tuttavia che il re è nudo: La vittoria dell'Occidente. La negletta storia del trionfo della modernità (Lindau, pagg. 648, euro 34). E comincia col demolire tutta la serie di balle con cui l'intellettuale sedicente progressista sega allegramente il ramo su cui sta seduto. Tra cui: a) i «secoli bui» non ci sono mai stati, al contrario si è trattato di un'epoca di notevole progresso e innovazione, compresa l'invenzione del capitalismo; b) i crociati non hanno marciato per conquistare terre e bottino, ma si sono indebitati fino al collo per quella che consideravano una missione religiosa sapendo cosa rischiavano (e i più non tornarono); c) nel XVII secolo non c'è stata alcuna «rivoluzione scientifica», bensì il culmine di una marcia iniziata nel XII secolo con la fondazione delle università; d) la Riforma non ha portato alcuna libertà religiosa, anzi, le chiese protestanti erano più accentratrici e repressive di quella papista; e) l'Europa non si è arricchita depredando le sue colonie sparse per il mondo, semmai sono state queste a drenare ricchezza da essa, acquisendone pure i benefici della modernità. E così via.

Stark ne ha per tutti. La Cina, per esempio, conosceva la carta e la polvere pirica, ma ci faceva aquiloni o giochi pirotecnici: nel 1517 i portoghesi trovarono una società arretrata e preda di frequenti carestie. Anche il potentissimo impero ottomano dipendeva dalla tecnologia europea per le flotte e gli armamenti; per il resto, doveva vivere di continue conquiste, depredazioni e lavoro di schiavi. E qui Stark non esita a demolire il più tenace dei luoghi comuni: lo «splendore della cultura islamica» mentre l'Europa marciva nell'ignoranza. In realtà gli arabi assorbirono le acquisizioni dei popoli conquistati e ridotti a dhimmi . «Era la cultura giudaico-cristiana greca di Bisanzio, sommata con il notevole sapere di gruppi eretici cristiani come i copti e i nestoriani, più le vaste conoscenze della Persia zoroastriana (mazdaica) e i grandi successi matematici degli indù (si tengano presente le antiche ed estese conquiste musulmane in India)». Di più, «non solo i dhimmi furono all'origine della maggior parte della scienza e del sapere “arabi”, ma fecero anche la maggior parte delle traduzioni in arabo».

Il celebre califfo Al-Mansur che fondò Baghdad nel 762 si affidò ai progetti di uno zoroastriano e di un ebreo. Nel secolo precedente il califfo Abd al-Malik edificò a Gerusalemme la maestosa Cupola della Roccia grazie ad architetti e maestranze bizantine. Il famoso Avicenna era persiano, come pure Omar Khayyam e Al-Khwarizmi, padre dell'algebra. I più eminenti medici dell'impero musulmano erano cristiani nestoriani (e gli astrologi erano ebrei quando non addirittura pagani). E fu il cristiano nestoriano Hunayn ibn Ish.aq al-Ibadi (in latino noto come Johannitius) che «raccolse, tradusse, corresse e diresse la traduzione di manoscritti greci, soprattutto quelli di Ippocrate, Galeno, Platone e Aristotele, in siriaco e arabo». Ma «quando, nel XIV secolo, i musulmani soffocarono qualsiasi forma di non conformità religiosa, l'arretratezza islamica divenne evidente». Infatti, la scuola di pensiero islamico detta mu'tazilita (che noi definiremmo razionalista) giunse al culmine con i califfi abbasidi, ma poi prevalse il fondamentalismo ash'arita e la dottrina dell'imam Ibn Hanbal, che portò alla persecuzione dei «filosofi». Ecco, dunque, l'importanza delle idee; meglio: di quelle religiose e della visione dell'uomo e del mondo che implicano. I numeri «arabi», con lo zero, Leonardo Fibonacci (1175-1235) li apprese in Siria e in Egitto, ma li chiamò correttamente «indiani» e li diffuse in Europa, dove divennero oggetto di studio capillare, perfino di massa. Quando nel 1453 i turchi presero Costantinopoli, gli intellettuali bizantini emigrarono in Europa e portarono con sé tutte le opere degli antichi greci di cui gli europei conoscevano solo frammenti. E fu il Rinascimento, che addirittura rese organizzato e sistematico lo studio del greco (ancora oggi lo si impara nei licei), cosa impensabile nel mondo islamico. Sì, perché è la religione che forgia le mentalità. L'Occidente ribolle di idee, di invenzioni, fa tesoro di quel che impara, è continuamente proteso in avanti, ma solo perché la sua mente è stata formata dal cristianesimo. Basta guardare alle altre tradizioni per rendersene conto.

Commenti

Joe Larius

Ven, 12/12/2014 - 12:08

Grazie signor Camilleri per avermi ricordato ciò che ai miei tempi ho imparato in gran parte a scuola (Ginnasio Salesiano)e dalle letture che in seguito ne sono derivate.

Bianchetti Andreino

Ven, 12/12/2014 - 16:47

L'Occidente è il posto dei primati, il luogo dei primi posti, il regno della tecnologia e del materialismo, il mercato un metro di valutazione determinato da domanda e offerta. In Occidente si vende, si compra spesso, in modo impersonale, sempre meno soggettivo, i prezzi sono già stampati, già decisi a tavolino. Sia l'individuo che le società trovano ovunque i tetti minimo e massimo, dai quali non si sfugge. Solo poche cose non hanno prezzo, i cui proprietari, si arricchiscono velocemente: e anche questo diventa un primato...e che primato. Concorrenza e competitività restano le molle vincenti di qualsiasi primato. Su tutto gira e vola l'invenzione, senza la quale l'Occidente non può definirsi primo.

Anonimo (non verificato)

Raoul Pontalti

Sab, 13/12/2014 - 13:52

Un coacervo di sciocchezze e inesattezze mescolate ad ovvietà (che i secoli bui siano invece stati luminosi è cosa che negano solo gli epigoni dell'illuminismo). Il Rinascimento, preceduto dall'Umanesimo, non prende le mosse dalla caduta di Costantinopoli bensì dall'invio di chierici ad Atene un paio di secoli prima per imparare il greco (negletto in Occidente durante il Medio Evo) e recuperare i testi greci soprattutto quelli aristotelici di cui in Europa si avevano solo traduzioni arabe e latine o addirittura risultavano sconosciuti e ciò per poter confutare adeguatamente le tesi di Averroè ("che'l gran comento feo" come ricorda Dante) in ispecie sulla questione degli universali che apparivano inconciliabili con la filosofia cristiana. Avicenna e al Khwarizmi erano persiani ma islamici e il secondo è riconosciuto come il fondatore degli algoritmi che proprio da lui predono il nome.

Bianchetti Andreino

Sab, 13/12/2014 - 16:12

Non so se quei chierici abbiano firmato un contratto "alla pari" quando andarono a Costantinopoli per apprendere il greco, l'inglese del tempo, certo vi andarono per obbedienza al loro Vescovo. C'era già allora, quasi mezza Italia, colonizzata dai Greci, basti pensare ai territori della Magna Grecia del meridione, Achei, Ioni, Dori fin dai secoli VII, VI erano già presenti da quelle parti. Considerando, inoltre, le imprese di Dionisio il Grande, tiranno di Siracusa, che fra il 387 e il 385 a.C. si portò fino ad Ancona, Adria e anche nel Polesine per ampliare i suoi commerci, quel "greco" parlato non poteva essere del tutto negletto.

Raoul Pontalti

Sab, 13/12/2014 - 23:10

I chierici ad Atene più che a Costantinopoli (greco attico...) furono inviati dalle università, in particolare della Sorbona, ma poi anche da Oxford di fatto costituita da espulsi della Sorbona, e poi da altre erano per lo più dell'ordine francescano e con il compito di apprendere il greco di Platone e Aristotele e recuperare quanti più testi "originali" fosse possibile degli autori classici greci in particolare di Aristotele e della sua scuola per confutare le teorie della filosofia araba soprattutto di matrice averroistica sula base degli autentici scritti greci. Il greco classico presso le élites culturali europee medievali era sconosciuto a partire dai tempi successivi a Severino Boezio che aveva incorporato nella lingua tardolatina la terminologia filosofica greca rendendo superfluo l'uso della lingua greca che pure era divenuta la lingua cultuale e teologica del papato nei primi secoli.

Bianchetti Andreino

Dom, 14/12/2014 - 22:10

Entrambe le università, Sorbona e Oxford, erano dirette, a quei tempi, da religiosi, e in quanto tali il loro scopo era quello di formare teologi. Aristotele prevalentemente era un laico, Averroe era islamico (democratico), che senso aveva confutare queste filosofie, quando in Europa si predicavano ed incitavano, proprio in quei secoli, la partecipazione alle crociate, e dall'altra sponda si organizzava la guerra santa? Monaci benedettini e francescani oltre ad evangelizzare l'Europa avevano l'incarico papale di formare dai pulpiti le coscienze alla guerra, un esempio, Bernardo Di Chiaravalle. Non poteva esserci né dialogo, né studio comparato di filosofie tra est ed ovest.