Ecologia e umanesimol'interventoBisogna difendere il pianeta ma prima di tutto c'è l'uomo

Presentiamo alcuni stralci della prolusione intitolata Cosa nutre la vita? Expo 2015 letta ieri nella basilica di Sant'Ambrogio dall'arcivescovo di Milano il Cardinale Angelo Scola. Il testo, pensato a chiosa del tema scelto per l'Esposizione universale del 2015, riflette sui temi dell'ecologia e della fame nel mondo

di Angelo Scola*
Nel contesto dell'ecologia dell'uomo un primo dato con cui fare i conti è il prevalere della tecnocrazia. L'affidarsi soprattutto a una classe dirigente di persone altamente specializzate - nei vari settori della scienza, della tecnica e, più in generale, della vita economica e sociale, a livello nazionale e internazionale - per meglio rispondere ai problemi posti dalla globalizzazione finisce per togliere responsabilità alle singole persone e ai corpi intermedi. Inoltre conduce spesso a semplificare la realtà e costringe a soluzioni che, per funzionare, esigerebbero non solo decisioni politiche ad altissimo livello, ma la loro effettiva attuazione da parte di tutti gli Stati.
Parlare nelle più alte sedi istituzionali internazionali di lotta alla fame e alla povertà, di accesso all'acqua e alla terra, di difesa dell'ambiente è certo importante. Tuttavia, nella situazione attuale, secondo gli stessi esperti, è di fatto poco efficace per almeno due ragioni. La prima è la quasi inevitabile tendenza a letture tecno-scientifiche «estreme». Ad esempio, per limitarci alle problematiche energetiche e ambientali, c'è chi minimizza i rischi e chi paventa catastrofi. Lo stato di incertezza determinato da tali letture «estreme» paralizza la cooperazione internazionale, che ha mostrato invece la sua efficacia, quando tutti i soggetti personali, comunitari ed istituzionali si coinvolgono in una azione comune su basi scientifiche robuste. Basti pensare ai progressi nella lotta alla tubercolosi e all'Aids.
La seconda ragione è un dato di fatto: i soggetti coinvolti in queste decisioni «globali» e le misure da loro adottate sono profondamente cambiati nel giro di pochi decenni. Nuovi grandi paesi con tradizioni politiche e priorità diverse hanno profondamente modificato il quadro del «consenso» internazionale, prima quasi interamente determinato dalla tradizione occidentale.
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Se «nutrire il pianeta» significa lavorare perché tutti e ciascuno abbiano accesso al pane quotidiano, è indispensabile ricordarsi che il bisogno di nutrirsi, fra gli esseri umani, ha un valore che eccede il fatto bio-chimico di fornire energia al corpo. Cucinare è proprio della famiglia umana, prendere cibo insieme è uno dei momenti alti del vivere insieme. Ogni tradizione e cultura hanno un valore e un sapore la cui dimensione simbolica nutre la persona in modo reale, indispensabile alla vita quanto proteine e calorie che alimentano il corpo. Inoltre nutrirsi, per gli esseri umani, è legato alla convivialità e all'ospitalità, dimensioni costitutive della comunità umana e, prima ancora, alla bontà, alla solidità ed all'equilibrio delle relazioni primarie, costitutive. Non a caso ai gravi disagi a questo livello profondo sono legati disturbi alimentari (penso all'anoressia e alla bulimia) purtroppo sempre più diffusi nel mondo giovanile. Quindi, le buone politiche perché ciascuno abbia accesso al pane quotidiano non possono limitarsi ad una distribuzione più equa ma anonima degli alimenti, slegata dal contesto comunitario in cui la persona bisognosa di aiuti alimentari vive. Non si vive di solo pane, ma anche di parole buone, eco delle «parole che escono dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Il sostegno efficace è orientato a far sì che alle persone e alle famiglie sia restituito un accesso sostenibile a condizioni di vita dignitose: attraverso occasioni di lavoro, oppure, quando fosse necessario, mediante l'inserimento in una realtà stabile di accoglienza e sostegno.
* Arcivescovo di Milano

Commenti
Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Dom, 08/12/2013 - 11:58

Leggendo lo stralcio pubblicato, tra le pieghe del discorso del cardinale Scola, mi sembra di intravedere il 'primato' dell'Europa, l'importanza della capacità di mediare, di confrontarsi; in una parola: la politica. Perchè, effettivamente, se prevale la dimensione 'tecnicista', e la nostra pulsione 'fatalista' o 'estremista' nell'affidarci a nuove realtà economiche (specialmente straniere) che si fanno sempre più aggressive, allora non ci sarà più posto per quella 'solidarietà' tutta cristiana (e, vorrei dire, 'occidentale') che distingue un modello di pensiero europeo che DEVE essere protetto. Trovo davvero positivo e importante che sia proprio la Chiesa, ingiustamente considerata ‘chiusa’, a propugnare il primato della mediazione e della discussione, in un'epoca di crisi e di sfiducia nella politica.