Eliot l'inglese: "In America non c'è molto da salvare"

Fra il '26 e il '27 il grande poeta e drammaturgo si allontana dal proprio Paese. Nel suo epistolario la mutazione in classicista, monarchico e anglo-cattolico

Nel terzo volume del suo immenso epistolario, T.S. Eliot ha 39 anni e confessa di vivere la vita, funestata dall'instabilità mentale della moglie Vivienne, come «un brutto romanzo russo». Ma il '26 e il '27 sono anche gli anni in cui matura una nuova visione estetica e filosofica, non è più il poeta di La terra desolata e di Gli uomini vuoti, ma indossa il manto del «classicista in letteratura, monarchico in politica, anglo-cattolico in religione» che sfoggerà non senza suscitare polemiche nel '28 nei saggi sullo Stile e l'Ordine For Lancelot Andrewes.
Mentre continua il suo indefesso ritmo di lavoro presso l'editore Faber e alla direzione della rivista letteraria The Criterion, abbandona la Chiesa Unitariana di Boston in cui è nato e cresciuto per abbracciare la Chiesa d'Inghilterra, diventa cittadino britannico: «non mi va - scrive - di essere un abusivo, meglio assumere tutta la responsabilità». La rivista Time all'epoca osservava non senza ironia: «l'altro giorno, un brillante cittadino degli Stati Uniti è diventato suddito di sua maestà Britannica Giorgio V», ascrivendo il cambiamento di nazionalità di Eliot «a una certa arroganza che lo fa sentire più a casa in Inghilterra». Eliot stesso non nascondeva la propria avversione per il Paese in cui era nato. In una lettera al critico d'arte Herbert Reid scrive: «non c'è molto che valga la pena di salvare in America». E all'autore di una dissertazione sul filosofo Ralph Waldo Emerson e il Romantic Revival ricorda che «l'erudizione di Emerson in realtà istituì un nuovo criterio di Ignoranza in America».
Formatosi nella Harvard di William James, Eliot suggerisce di essere attratto dal cristianesimo più per pragmatismo che per convinzione: «lo schema cristiano - scrive - sembrava il solo possibile per i miei valori... il vivere per esempio in santità, castità, umiltà e austerità». Durante una visita a San Pietro a Roma nell'aprile '26, la nipote lo vede inginocchiarsi davanti alla Pietà di Michelangelo. Ma sarà nella Chiesa Anglicana che il 29 giugno '27 si farà battezzare privatamente e con discrezione in una cappella della campagna inglese. «Aborro le conversioni spettacolari», scrive al suo padre spirituale. Una conversione necessaria al suo stato d'animo e al caos della sua vita, che tuttavia non sorprende del tutto: già in La terra desolata e in Gli uomini vuoti deplorava implicitamente l'aridità spirituale dei tempi moderni.
In questi anni di mutamento intellettuale e spirituale, Eliot compone il misurato poema The Journey of the Magi, un'opera intrisa di simbolismo cristiano, alcuni frammenti di Sweeney Agonistes e di quello che diventerà il poemetto Mercoledì delle ceneri. Ma la conversione sembra esacerbare il suo spirito critico nei confronti dei liberi pensatori di ogni colore, H.G. Wells e George Bernard Shaw sono costantemente svalutati, è ai ferri corti con Bertrand Russell al quale ribatte: «so fare la distinzione fra speculazione teologica e propaganda, ma anche nella propaganda non vedo posto per le cattive ragioni».
A cura della vedova Valerie Eliot e ricco di annotazioni dello studioso John Haffenden delle università di Sheffield e Londra, The letters of T.S. Eliot, Volume 3: 1926-1927 (Faber and Faber, pagg. 954, sterline 40), terzo volume di un epistolario previsto in dieci volumi, è un'illuminante aggiunta alla biografia di Eliot, il grande poeta che non ha ancora gettato la maschera. Sono lettere generalmente austere, scritte a pochi amici e ai numerosi collaboratori del Criterion, che nel tumulto della sua vita privata egli lotta per mandare avanti. Pochi gli sprazzi leggeri e personali. Alla madre racconta che Charles Maurras e gli altri dell'Action Française gli hanno offerto uno squisito canard à l'orange. Al critico John Hayward confida di desiderare ardentemente dei figli ma di essere rassegnato a non averne. Al fratello Henry parla dei suoi tormenti per la moglie, ormai sulla china dell'autodistruzione senza ritorno, che scrive lettere deliranti accusando il marito di «terribili e sottili crudeltà». Dopo un tentato suicidio viene ricoverata al Sanatorium de la Malmaison a Parigi, ma Eliot non l'abbandonerà mai.
La rivista è un rifugio, ma ormai prevale il disincanto. Scrive a Ezra Pound: «tutte le recensioni valgono meno di nulla, la sola giustificazione è l'indipendenza finanziaria che mi procura questo lavoro». Più avanti scrive: «Avere della gente che dipende da noi è forse la più solida relazione umana che si possa avere; perché più che sul loro affetto possiamo contare sulla dipendenza della gente». La sua lucidità e amarezza di fondo sulla solitudine umana è ricorrente in molte lettere. A Geoffrey Faber scrive: «I rapporti con gli amici e con gli amori, ad eccezione dell'amore di Dio, nella mia esperienza risultano sempre in delusioni e inganni. O sei tradito o tradisci tu, o tutti e due. Nessuna relazione umana è in se stessa soddisfacente».
E alla madre, in una lettera commossa in cui sottolinea il dono della loro somiglianza e reciproca comprensione, dice: «Io credo che i rapporti umani siano regolati non da ciò che pensiamo consciamente bensì dalle nostre reali affinità. Molti credono di amarsi e di comprendersi, quando in realtà sono completamente isolati l'uno dall'altro». Nel prossimo volume dell'epistolario forse la maschera pubblica del grande autore comincerà a dissolversi.