Elogio del romanzo "imperfetto"

Contro la scrittura telegrafica. Non tutto torna? Pazienza. Ciò che conta è osare e ridare senso alla narrativa

A gli scrittori si baciava la mano (a Giovanni Verga quando, seduto al caffè a Catania, lo si andava a omaggiare). Non perché erano dei padrini, bensì Padri. Magari senza famiglia ma attenti a una comunità ampia. La stessa che, sui punti morali, estetici, civili, espressivi convergeva: riconoscendo, imparando, ascoltando, sognando. Lo scrittore non era un mestiere né una professione. Scrittore, a esempio, era lo scriba. Anzi, neppure lo era anche se trascriveva messaggi che gli arrivavano direttamente dagli dei o dal faraone. Pure gli amanuensi non erano propriamente scrittori quandunque abbiano salvato gli Scrittori. Insomma, per farla spiccia, lo scrittore era cieco come Omero ed era «chiamato» a raccontare come lo furono gli Apostoli.

Ora, nel mondo dove si ripete che la realtà supera la fantasia (mettendo già implicitamente in pericolo il ruolo del narratore o affine), è una barzelletta partire dalla veggenza, dal sangue aristocratico degli Stilnovisti. Certo che la mia è una barzelletta che fa sorridere. Però, proprio perché l'essere scrittore ha superato perfino le Colonne d'Ercole del mestiere e della professione, per farsi esercizio da conventicola Social, mi pare onesto affermare che i vecchi scrivani a conoscenza dell'ortografia e bella calligrafia fossero molte spanne superiori agli odierni mestieranti. Quindi è inutile (per così poco) approfondire i massimi sistemi (o l'a,b,c). Tipo: è compilatore colui che comunica il mondo preesistente; è artista colui che lo reinventa senza fotocopiarlo, ma esprimendolo con lingua nuova e sogni a mente sveglia.

Un narratore e poeta che non si fa superare dalla realtà e che nella sua vita ha scritto poco o nulla (è ancora inutile citare le sue opere, perché ogni raccontatore ha come imperativo quello di dimenticare ciò che ha creato) si chiama Paolo Del Colle. E ha pubblicato, presso l'editore Gaffi (pag. 141, euro 14,00), un romanzo intitolato Spregamore . Allora, abbiate pazienza, non voglio usare gli appunti accumulati dalla lettura, voglio divertirmi a sfidare la lucidità (giuro!). Spregamore sta dentro una protesi o metastasi dell'Eur. Sta tra l'Ardeatina e il Santuario del Divino Amore (sulle pareti come ex voto c'è tra le migliaia anche la maglietta di Antonio Cassano). Ma chi se ne frega! Spregamore è il Luna Park. Spregamore è la storia di una madre morente e di un gatto in diarrea. È la storia di un padre puttaniere e di un fratello maggiore mai nato. Spregamore dunque è la storia di una specie di nosocomio? Ma chi se ne frega! Invece, ci deve interessare ogni sgarro sintattico, ogni subordinata che si attacca alla terza o quarta, perché Paolo Del Colle supera la realtà. Non so se continuerà a scrivere. Intanto ha superato lo stesso adagio della nascita, copula e morte. Poi si vedrà.

Spregamore, reticolato di cemento, escrementi, campagna e città, all'ingrosso, è la location della realtà. Ma in questo reticulatum romano, De Colle fa precipitare anche il «non nato»; nel formaggio un tempo ricotta dell'Amiata, e adesso reso groviera dagli scarafaggi e dai tarli, si comprende che è una aberrazione disgiungere la Storia dalla Vita, la cronaca dalle abitudini. Spregamore, cioè la vita sprecata (non sperperata, si badi) riguarda padre, madre, fratello, figlio, Roma, letteratura, nascita, amore, sogni, matrimoni, sesso, speranze. Perfino la morte. Tutto è sprecato. Ogni cosa è stata lasciata là, e così se ne è andata in malora. Eppure, nel romanzo «dell'inizio e della fine» di una esistenza; meglio, di tutte le esistenze familiari amate e subite, non regna la disfatta metafisica del nichilismo. Nello sprecare il romanziere si è voluto vestale per amore o/e per dovere (non serve saperlo). E come ogni vestale che ha forte in petto un Dio, non si fa fregare dalla realtà. Perché essa è quella roba sprecata (già sprecata), non vi si aggiunge neanche un sognarello delle ore 6.00.

Paolo Del Colle racconta la vita e la sua di vita, ne fa cartastraccia e mazzolin di rose da regalare a Delia: che è donna ma possiede anche il membro (non si cita mai la parola trans). Delia è la «Dalia Nera» (il fiore!) di Spregamore e di Del Colle. Lei si incarica di inghiottire nel buco nero: il padre, la madre, il fratello non nato, lo scrittore, le altre prostitute della Colombo. Lei supera la realtà (non si fa scavalcare), perché è un mistero che sembra complicato invece si sfascia come un pannolone di bebé, o di vecchia madre che amiamo anche se ci ha detestato (?).