Gli eretici Quinzio e Ceronetti Ecco i padri della destra divina

L'erudizione non fa religione. Studiare la Bibbia tutta la vita non garantisce il paradiso. Farcire i propri testi di citazioni in ebraico non fa compiere un solo passo in avanti in direzione della verità. Anche questo ho imparato leggendo, anzi divorandolo dalla prima all'ultima pagina note comprese, Un tentativo di colmare l'abisso, il carteggio fra Guido Ceronetti e Sergio Quinzio pubblicato da Adelphi. Tentativo fallito, ahinoi. Nel caso di Ceronetti non poteva andare diversamente, lo scrittore torinese è impermeabile al cristianesimo e se ne compiace dall'inizio (1968) alla fine (1996) dell'epistolario: «Fedele a qualche lampo di metafisica gnostico-cataro-manichea, per la quale la creazione è opera essenzialmente maligna». Il caso di Quinzio è più complicato, lo studioso nato ad Alassio quando parla della sua fede cristiana la definisce «disperata» il che già sembra un controsenso, poi ci pensa Baget Bozzo (a proposito: quanto mi manca don Gianni!) a classificarlo come eretico fatto e finito.
Insomma è un libro questo che non convertirà nessuno, e anche se di Sacra Scrittura vi si parla moltissimo non metterà voglia di leggere la Sacra Scrittura a chi questa voglia non ha già. Eppure ho gustato ogni riga perché in Quinzio c'è tanta sostanza umana e in Ceronetti tanta forma letteraria, e in entrambi il coraggio di un anticonformismo arduo e cocciuto, vissuto al costo di trasformarsi in «scribi poverissimi». È vero che entrambi hanno sempre scritto sui giornali (Quinzio anche su queste pagine), ma sempre poco, ed è vero che hanno spesso pubblicato con la prestigiosa Adelphi, però non vendendo mai molto. Del resto quanto potevano vendere titoli scoraggianti come La fede sepolta, La carta è stanca, Mysterium iniquitatis, Compassioni e disperazioni? Io ne lessi parecchi eppure sui miei scaffali ne ritrovo pochi: ricordo ancora quando gettai La sconfitta di Dio esasperato dal pessimismo quinziano. Nel carteggio si parla molto di soldi che mancano e ancor più di salute che manca e quindi di denti, dentiere, prostate, emorroidi, cardiopatie. Non ci viene risparmiato nulla dei dolori del vecchio intellettuale emarginato: «Col crescere del potere comunista, l'estromissione degli scrittori non conformi è inesorabile» scrive Ceronetti. Che siano due autori di destra? Certamente non della destra politica, forse della destra divina.
Quinzio è un apocalittico antimoderno, deciso antiabortista: «A me sembra ovvio che, se l'aborto è lecito, non può essere contemporaneamente illecito l'infanticidio, e anche l'eutanasia dei malati e deformi e tarati ecc., nonché l'eliminazione dei vecchi e lo sfruttamento industriale dei cadaveri». Mentre l'amico è favorevole alla pena di morte, maledice scioperi e scioperanti, si dichiara proisraeliano e nemico degli arabi a cui augura il diabete, fantastico. Tutte e due si manifestano, da buoni veterotestamentari, ostilissimi a Sodoma. Se qualcuno se lo filasse, questo libro, ci sarebbe materia per accusarlo di omofobia, magari per chiederne il rogo. «Hai ragione a vedere nell'omosessualità una parte di male" dice Ceronetti «è un'invasione della Tenebra, hanno un bel volerla normale e alla luce del sole, è pratica ctonia, necrofilia». Questa della necrofilia la sposo e me la segno. Un'altra cosa che bisogna segnarsi è il metodo di un'amicizia durata quasi trent'anni. In questo mondo di permalosi le amicizie letterarie reggono solo se corredate da elogi sperticati e articoli osannanti, l'amicizia Quinzio-Ceronetti ha retto finché morte non li ha separati nonostante che i due fossero in disaccordo una lettera sì e l'altra pure. Quinzio in particolare andava giù pesante: «Al sacro tu sovrapponi la contemplazione compiaciuta del sacro, alla maledizione il maledettismo, agli abissi il fascino dell'abissità». Si spingeva a definire le traduzioni bibliche dell'amico «marginali operazioni». E le poesie a cui Ceronetti teneva tanto? «Non autosufficienti», come dire deficienti.
Infine bisogna segnarsi l'indipendenza, di più, l'estraneità dei due scrittori, sostanzialmente autodidatti, dal mondo della cultura ufficiale. E quindi la capacità di esprimere valutazioni difformi da quelle correnti. Quinzio è morto e non deve più temere Zolla, morto pure lui, delineato come un truffatore spirituale. Invece Ceronetti è vivo, per quanto vecchio, e tuttavia ha consentito la pubblicazione dei suoi duri giudizi su personaggi ancora in pista come Gianni Vattimo, «mediocre, arrogantemente accademico». Pasolini non può vendicarsi ma di pasoliniani acritici ce ne sono ancora tanti, e non gradiranno la condanna ceronettiana: «Pasolini è soprattutto un confuso, ha la forma mentis del limitato. Si cruccia, ma non credere troppo ai suoi tormenti morali: gli basta un'ora di letto con uno dei suoi mignoni della mala per dimenticare tutto». L'abisso metafisico non sono riusciti a colmarlo ma una lezione di libertà intellettuale, Ceronetti e Quinzio, con i loro libri, con la loro vita, e con questo carteggio, sono riusciti a darla.

Commenti

genseki

Gio, 15/05/2014 - 14:52

Io di Ceronetti non ho mai sopportato l'aboliziomne dell'articolo. Nei suoi articoli sulla "Stampa" ne faceva un'economia esagerata, e l'uso dell'iperbole come quasi sola figura retorica, un'iperbolico disarticolato. Di Quinzio lessi da giovanissimo il libretto adelfiano "Dalla gola del leone" che non ho mai potuto del tutto dimenticare, e che ho riletto proprio in questi giorni senza ritrovare il pathos che mi causó la mia prima lettura. È stato peró molto utile per me me per capire che per il cristiano la morte e vera morte è proprio tutta la morte senza sconto e la Resurrezione non è sbiadita continuitá come nelle teosofie gnostiche. Questo rifiutare la consolazione di una spiritualitá ingannevole e dolciastra è per me la grandezza di Quinzio. Ceronetti mi disse un giorno che adorava gli ebrei ortodossi perché lo incrociai in un periodo che solevo indossare un lungo pastrano nero un cappello alto nero, riccioli lunghi e barba a punta. Il pastrano non fa l'ebreo, scrivere senza articoli non fa uno stile, baraba non facit philosophum soleva dirmi Bontadini in biblioteca. Non sono riuscito a capire da dove Quinzio traesse la convinzione dell'odio di S.Paolo per l'apostolo Giacomo, il fratello del Signore. Gentile alla Destra di Dio siede chi deve sedere, come recita il Credo, non gli gnostici subalpini. Con stima genseki